Drappellone il giorno dopo

La prima occhiata al drappellone mi ha lasciato a bocca aperta. Un po’ come a quasi tutti i senesi. Io poi di arte ci capisco davvero poco, quindi il giudizio che posso dare è solo emozionale.

In un attimo mi sono venute in mente tutte le critiche che poi i senesi si sono riversati in massa a scrivere su Facebook. Da meteorologici in un attimo tutti esperti d’arte, ma d’altronde il grande catino dei social permettono a tutti di esternare al mondo intero qualsiasi pensiero passi per la mente, senza rifletterci su nemmeno un momento.

Ecco, se io avessi voluto scrivere immediatamente quello che pensavo, avrei espresso un giudizio negativo.

Invece io quel drappellone l’ho guardato e riguardato, e più mi entrava negli occhi e più aumentava il gradimento rispetto alla voglia di critica.

E allora mi è piaciuta la delicatezza che esprime, il sentimento rilassante dei colori tenui, il tentativo di uscire dagli schemi delle figurine prefissate madonna classica-cavallo- piazza-torre, la voglia di introdursi nella festa in maniera garbata e non diventarne protagonista.

Insomma, tutti quanti saremmo disposti a vincere anche un cencio bianco, ma se invece fosse solo un quadro, quello di Sinta Tantra mi piacerebbe averlo sulle pareti di casa mia.

Gli ondivaghi commentatori compulsivi

Ricordatevi che, qualche mese fa, quando una anziana senese fu multata per il biglietto dell’autobus scaduto da qualche minuto, eravate tutti a offendere i dipendenti Tiemme. E da qualche giorno issate con orgoglio la bandiera “je sui autista Tiemme”.

Ricordatevi che trascorrete una consistente fetta del vostro tempo ad auspicare che i vigili urbani siano moooolto più severi con coloro che lasciano le auto e le biciclette parcheggiate ovunque. Ma quando trovate il foglietto rosa sul vostro mezzo lasciato in divieto di sosta fate post infuriati chiedendo di mettere i vigili al rogo.

Ricordatevi che postate decine di foto di sacchi di rifiuti ancora da raccogliere per strada alle 9 del mattino, ma se poi passa il camion a ritirare il vetro alle 6 siete a maledirlo perchè vi sveglia.

Carissimi commentatori compulsivi, connettetevi. Ma non in rete…..

Non si tollera la pipì ma si inneggia all’accoppiamento

In un mondo che va sempre più verso la liberalizzazione di tutto ciò che è degrado, mi chiedo come le persone ritengano quasi una privazione di un diritto quello di accoppiarsi in mezzo ad una strada davanti alle finestre di appartamenti altrui.

Non sono affatto per la castità, ma se si tollera il sesso per strada allora si devono tollerare anche tante altre necessità umane, come orinare, cacare e vomitare.

Quell’accoppiamento animalesco è fastidioso già per il modo, ma credo che ognuno possa esprimere la sua sessualità come vuole, non certo però dove vuole.

Sbeffeggiata dai ciclisti che scorrazzano per il Corso

Ore 11,25, piazza Tolomei. Un gruppo di ciclisti con maglie piene zeppe di sponsorizzazioni percorre via del Moro in controsenso, sbuca in piazza Tolomei e gira per Banchi di Sopra verso piazza Matteotti. Tutti rigorosamente in sella alle loro bici. Nella svolta uno dei ciclisti colpisce un passante. Giusto il tempo di farsi mandare a quel paese e il ciclista riparte pedalando.

Ore 13, Casin dei Nobili, in piena Y storica. Un gruppo di ciclisti con maglie piene zeppe di sponsorizzazioni percorre Banchi di Sopra verso piazza del Campo zigzagando tra i passanti. Sono una rompipalle nata e non so stare zitta. Mentre passano gli dico: “E’ vietato…”. Il ciclista mi guarda con risolino beffardo e prosegue.

Il gruppo si ferma davanti al Casin dei Nobili per decidere dove altro girovagare. Li raggiungo e spiego che su questa strada non si può andare in bici. Esiste il divieto. Davanti ad un buon numero di testimoni il gruppo mi apostrofa dicendo di farmi gli affari miei, mi chiede a presa in giro se come lavoro faccio quello di rompere i coglioni a tutti coloro che buttano una carta in terra. Fanno ironia, anzi si sentono offesi, quando dico che le scorribande per le vie centrali sono vietate.

E dicono anche che non hanno visto nessun divieto, che da nessuna parte è scritto che a Siena non si possa viaggiare in bici per le vie del centro, e che tanto non hanno trovato nessun vigile e che l’unica rompi palle sono io.

Certo non sto zitta, e replico che io, se vado in un’altra città e qualcuno mi fa presente che sto contravvenendo a qualcosa, da persona civile ed educata mi scuso e provvedo a mettermi in regola. Come parlare al vento: un colpo di pedale e via, in giù verso Banchi di Sotto, sghignazzando come matti indicandomi un’altra coppia di ciclisti che passa tranquilla.

Ho vissuto in città dove la cultura della bicicletta è radicata. Dove si fa tutto in bici, e la usavo anche io. Da nessuna parte ho visto una tolleranza simile nei confronti di chi contravviene ai divieti. In nessuna di queste città qualcuno si sognerebbe di pedalare per il centro e sentirsi in diritto di farlo. Ovunque si scende e si spinge la bici a mano.

Non odio i ciclisti, odio che per dare l’immagine di una città smart si permettano simili comportamenti. E non do tutta la colpa ai ciclisti maleducati. Di una cosa hanno ragione: siccome loro sono duri, bisogna mettere una segnaletica più chiara. Il divieto di andare in bici è solo all’inizio del Corso, quando siamo già in piazza Salimbeni. Ed è addirittura un cartello più piccolo di quelli usuali. Dagli altri accessi il divieto è generico. Ripeto: sono duri, quindi mettiamo cartelli specifici anche all’arco dei Rossi, agli accessi dai vicoli di via dei Termini, in piazza Tolomei….

A meno che l’intento non sia proprio quello di voler tollerare questi comportamenti. E un vigile per il Corso teniamocelo ogni tanto, anche se ho la prova certa che anche loro hanno difficoltà ad inseguire a piedi chi pedala a velocità e non ha nessuna intenzione di fermarsi.

Di una cosa, politici tutti, siate certi: ai senesi questi comportamenti non piacciono. A tollerarli guadagnerete un posto in paradiso da parte dei ciclisti, ma perderete un bel po’ di laicissimi voti da parte dei senesi.

Troppo facile multare gli anziani

In una città dove a scrivere spesso si rischia di ripetere sempre le stesse cose, dove non ci si indigna per una giustizia che fa melina sui problemi che hanno distrutto la città, dove si evita di esporsi anche solo con una firma quando c’è da protestare, ben venga l’indignazione popolare per la multa alla nonnina trasgreditrice.

La sua spiacevole avventura è il simbolo di quanto la città, ma anche il mondo, sia cambiato. Un tempo l’anziana che tutti i giorni va a dare un saluto al marito defunto, poi fa la spesa, scendendo un attimo dall’autobus per comprare in centro anche il baccalà buono (che domani è venerdì ed è vigilia), sarebbe stata salutata cortesemente alla sua salita in autobus, dal bigliettaio e dall’autista. I quali, probabilmente, altrettanto cortesemente, le avrebbero ricordato che il suo biglietto era in scadenza. O avrebbero chiuso un occhio, per quattro minuti di ritardo, ben sapendo che spesso l’utente ne sopporta parecchi di più, senza per questo poter multare nessuno. Va beh, tornare a quei tempi è utopia, ma allora, in questa anestesia di valori, si usi almeno la giustizia.

Non sono una frequentatrice di autobus, ma come tutti assisto alla pantomima dei controllori che scendono dal mezzo accompagnati da gruppetti di stranieri di ogni genere, dagli studenti fricchettoni, ai post figli dei fiori, dai rom ai rifugiati, tutti rigorosamente privi di biglietto, e impiegano ore a cercare documenti inesistenti e a redigere verbali di gruppo che probabilmente finiranno nei cessi.

Ci dica Tiemme, che ha preferito non commentare l’accaduto, quante di quelle multe verranno pagate. Ho il dubbio che il numero sia molto, molto minore rispetto a quelle elevate. Ed allora è facile accanirsi contro l’anziano onesto e indifeso, quello che piuttosto che subire l’umiliazione della multa davanti a tutti, ne avrebbe pagati anche tre di biglietti. Una bella dimostrazione che le regole sono regole, e che diamine.

Deve essere stata una bella soddisfazione riscuoterli subito quei 42 euro.

I controllori hanno fatto il loro lavoro. Bene: adesso però mi piacerebbe vedere che l’azienda di trasporti “locale” fa il bel gesto di dare alla signora un biglietto gratis per ogni volta che ha aspettato paziente alla fermata un autobus arrivato con più di cinque minuti di ritardo.

Perchè l’inflessibilità va bene, ma allora che sia reciproca.

Giovani di ieri e giovani di oggi

Quarant’anni fa moriva Francesco Lorusso. Un nome che per molti non dice niente. Oggi però molte cronache riportano questo anniversario, che è l’anniversario degli scontri di Bologna. Al di là della sua ideologia, quello che mi colpisce ricordare è la sua età: 25 anni. Io ne avevo 15. Non avevamo facebook e twitter, i tg erano quelli dell’ora di cena, eppure ad appena 15 anni ci cibavamo di quelle poche notizie discutendone abbondantemente, soprattutto a scuola.

Avevo 15 anni, come adesso hanno i figli delle mie amiche ed i ragazzini ai quali in contrada organizziamo le discoteche, ed eravamo così diversi. E quel Lorusso era uno studente universitario di 25 anni, la stessa età di tanti che dettero vita ai disordini di Bologna. Erano così tanti che fu necessario far intervenire l’esercito, con i carri armati per le strade.

A scuola le assemblee erano gremite e si parlava in tanti, qualcuno anche di noi di 15 anni. E si parlava di politica, divisi tra sinistra e destra. Le elezioni per i rappresentanti di istituto furono una vera battaglia. Ricordo i nomi dei “grandi”: Socci, Weber, Pianigiani, Fagiolini…. Quasi ogni mattina davanti alle scuole c’era volantinaggio, e i ciclostili si stampavano a Lotta Continua: erano gli unici ad avere il macchinario e lì andavano tutti.

E sempre al di là dell’ideologia, la chiusura di Radio Alice venne percepita come un abuso, un atto gravissimo dal quale si temeva non poter tornare indietro.

Avevamo dai 15 ai 19 anni, agli scontri nelle grandi città partecipavano giovani di 25 che a noi sembravano uomini fatti  e tra una vasca per il Corso e un pomeriggio al clebbino, la politica non ci era indifferente. Siena fu appena sfiorata da quegli anni, era una città senza eccessivi problemi, ma ugualmente eravamo coscienti di ciò che accadeva nella nostra nazione e volevamo in qualche modo esserne partecipi.

Odio chi, passata la giovinezza, ripete in maniera ossessiva la frase “ai miei tempi“, intestardendosi a non capire che ognuno fa il suo tempo e che ogni generazione ha i suoi tempi, ma è impossibile non vedere, e non preoccuparsi, di quanto siano diversi i giovani di oggi.

A scuola le assemblee non ci sono più, i decreti delegati che noi consideravamo una conquista, sono morti per inutilizzo. I ragazzi non sapevano più che farsene delle assemblee di classe, interclasse e generali. Non ci sono neppure più gli scioperi, se non qualcuno per il riscaldamento che funziona poco. I volantinaggi sono diventati quelli per le feste e le discoteche, sostituiti poi dal più pratico evento su facebook. E all’università non è diverso. Non ci sono più le tragedie di Francesco Lorusso, perchè non ci sono più battaglie, se non qualche scaramuccia con i fanatici dei centri sociali. E quei ragazzi di 25 anni, che a 15 anni ci sembravano così grandi, sono ancora adolescenti preoccupati a divertirsi invece che parlare e cercare di cambiare il proprio paese.

Adesso, che Siena i problemi li ha davvero, i primi a disinteressarsi sono proprio i giovani, quelli che ne pagheranno le spese. Ma ai pochi cortei cittadini (quello per il Monte dei Paschi, o per la verità su David Rossi, o prima ancora quello del comitato contro l’aeroporto) i giovani sono stati una rarità.

I “miei tempi” non erano certamente da prendere ad esempio, ma erano sicuramente anni più consapevoli. Chissà se tornerà il tempo in cui giovani sognatori, testardi ed orgogliosi, cercheranno fortemente di riprendere in mano le redini della politica di questa città e di questa nazione.

Evviva le Strade Bianche

Sono contenta che il numero dei “contro sempre comunque e a qualsiasi cosa” per l’evento delle Strade Bianche si sia notevolmente assottigliato. Perchè è difficile non capire quanto sia importante, in questo momento, per Siena una manifestazione ormai conosciuta a livello internazionale come le Strade Bianche.

In questi giorni Siena ha registrato il tutto completo non solo nel centro, ma anche nei paesi limitrofi. A decidere di trascorrere due, tre giorni a Siena non sono stati solo i professionisti, ma soprattutto gli amatoriali che hanno portato amici e famiglie. Corrono in 5mila ed è facile fare un conticino delle presenze. Persone che hanno soggiornato, e sicuramente mangiato e preso il caffè. Certo non avranno comprato bomboniere o articoli per la casa, ma forse qualche maglioncino in più è stato venduto. Ne beneficiano solo i commercianti? Per far girare l’economia serve anche questo. Non credo che si possa pensare che una qualsiasi manifestazione o evento possa immediatamente portare denaro in più nelle tasche dei singoli cittadini.

Siena, spogliata delle sue ricchezze, deve puntare sull’unico settore dove ha possibilità di guadagnare: il turismo. Ed il turismo, facciamocene una ragione, porta i benefici diretti ai commercianti e al Comune, non certo ai lavoratori pubblici.

Le Strade Bianche hanno portato una visibilità ed un ritorno economico inferiore solo al Palio. Godiamone, anche se dobbiamo fare i conti con qualche piccolo disagio. Stesso disagio che accettano di buon grado i residenti del centro storico nei giorni del Palio e delle feste delle contrade, con strade e parcheggi chiusi qualche volta per mesi. Ma nessuno si sognerebbe di mettere in discussione il Palio.

E leggiamo, perchè le chiusure delle strade erano state pubblicizzate da giorni, ma oggi sono tutti caduti dal pero, affermando che non ne sapevano niente. Essere informati è un diritto, ma bisogna anche volersi informare.

Oggi il disagio maggiore è stato all’uscita delle scuole. Bene: chiediamo che il prossimo anno si ponga maggiore attenzione a questo aspetto, non che i “biciclettai” se ne vadano da Siena.

Perchè poi, quando Firenze sarà ben contenta di togliere questa importante vetrina a Siena, saremo a leccarci nuove ferite e a polemizzare che Siena non è riuscita nemmeno a tenersi una manifestazione di ciclisti.

Quando l’orgoglio senese ci sta come il cavolo a merenda

 

Non finirò mai di stupirmi di ciò che la mente dei senesi riesce qualche volta a partorire.

Quando la città si è vista cancellare la sua ricchezza, quando si è vista soffiare una banca da sotto il naso, quando si è resa conto che il groviglio la stava avvinghiando come un polpo, quando ha visto scomparire una ad una le sue eccellenze, il massimo che ha fatto è stato scrivere qualche post su Facebook.

Niente folle oceaniche, niente assemblee in Piazza.

Non ha alzato la voce neppure per cose di Palio, preferendo restare unita nel silenzio piuttosto che alzare la voce nel dissenso.

Poi qualcuno una mattina si sveglia senesone centopercento e partorisce un post che in un attimo fa il giro della città:

“Ricordo a tutti che sabato 11 c’è la cena di beneficenza per la raccolta fondi per le zone terremotate in tutte e 17 le contrade.
Sarebbe bello se dopo cena , gruppi di contradaioli si trovassero in Piazza del Campo, a cantare , per chiudere una serata in bellezza. A voi tutti chiedo di parlarne con i vostri amici di contrada, è il momento per farsi sentire, per far capire che Siena è viva, che le contrade sono vive e che i contradaioli sono avversari nei giorni di Palio, ma amici per sempre, perchè noi tutti vogliamo bene a Siena e al Palio. A fine cena, alziamoci e iniziamo ad andare in su, cantando .
Immaginatevi di sentire dai vicoli di Siena, mille voci, mille canti, che all’unisono si congiungono a Chiasso Largo, per sfociare in Piazza e lì intonare la Verbena, un solo popolo unito a ribadire la propria identità, donare al vento la marcia del Palio per fa sì che la porti in ogni dove”.

Insomma, si parte tutti e, PER I TERREMOTATI, si va a cantare “Si sa che ‘un lo volete… per forza e per amore”. Vista la finalità dell’iniziativa potrei capire, al limite, un Inno d’Italia cantato tutti insieme, ma me lo spiegate voi cosa ci incastrano i nostri canti con le popolazioni terremotate e con l’orgoglio della senesità?

Altri sono i momenti in cui andava ribadita la nostra identità e il nostro orgoglio di appartenenza.

Io mi immagino già la scena: tutti impettiti come dietro al cavallo (chissà se anche in questo caso sono previsti i pettoni che per farsi vedere addirittura lo precedono), giù a riempire i vicoli di canzoni l’11 febbraio. Poi, con una bella Verbena cantata alla luna, sentiamo dentro di noi di aver fatto un gran cosa, giriamo il culo e torniamo a casa.

Postando poi su Facebook un paio di immagini strappacore.

Scegliete voi se a commento di ciò si adatta meglio la citazione di Dante “Senesi gente vana” o quella di Silvio Gigli “Siena trionfa immortale”.

Succede di tutto: i senesi al massimo scrivono un post

Scrivo solo quando ho veramente qualcosa da dire. Questo giustifica i miei lunghi silenzi, il mio scomparire quando c’è il rischio di scrivere parole per il solo gusto di rileggersi.

Oggi ne avrei da scrivere, non uno ma tre, quattro post. Sembra di essere in un tagadà internazionale, che gira e sbatte e mescola presidenti parruccati con cazzotti nostrani, processi farsa e piaghe d’Egitto, riconoscenza irriconosciuta e solidarietà mal riposta. Divertitevi pure ad associare ogni sintagma ad un avvenimento ed il gioco è fatto.

Eppure la gran parte di ciò un filo logico può averlo. E’ un sentimento che sento da tempo e che mi fa provare disgusto verso quella cosa molliccia che siamo tutti diventati: spettatori polemici e disinformati, mai leoni coraggiosi pronti a combattere. Eppure non erano questi gli italiani, e neppure erano questi i senesi.

Quei senesi, come Cecco delle Fornaci, Giovanni di Monna Tessa, Francesco d’Agnolo detto Barbicone, umili lanaioli che si portarono dietro un popolo nella cacciata dell’allora potere politico. E noi invece siamo qui, giunchi pronti a farsi sbattere da qualunque vento, incapaci di ogni reazione. Perchè almeno una ce ne dovrebbe essere stata, visto quanto siamo stati presi in giro in questi anni.

Di motivi ce ne sono a bizzeffe, tipo veder processare una vedova che chiede troppo insistentemente verità sulla morte del proprio marito. E assistere ad un processo che è basato veramente sul nulla, talmente sul nulla che il pm non riesce a formulare ‘una domanda una’ che appaia pertinente all’accusa.

Sì perchè la procura, che ebbe, ed ancora ha, una fretta boiona di archiviare il caso della morte di David Rossi come suicidio di un persona stressata, trova il tempo (ed il denaro) di accusare la moglie troppo insistente di aver reso pubbliche alcune mail del marito indirizzate ai vertici del Monte. Mail che, prima che sul giornale, sono finite tra i tavoli di cene di contrada. Ora spiegatemi: ti dicono che il tuo marito si è gettato dalla finestra (cinque minuti dopo si è suicidato invece il suo orologio….) e tu non vai a cercare in ogni dove una spiegazione? E non vai a guardare proprio nel suo computer? E se scopri che tuo marito ha più volte scritto mail per chiedere aiuto per risolvere una situazione delicata senza essere preso in considerazione, non prendi e vai sotto casa di chi non l’ha ascoltato, casomai imbracciando un microfono collegato a casse da mega concerto, per urlare al mondo intero cosa pensi di quella persona? E in casi simili perchè, invece che processare la vedova, si è proceduto per istigazione al suicidio? Sempre ammesso che di suicidio si sia trattato.

In effetti trovarsi da vedova-vittima a imputata potrebbe sortire due effetti: calmierare le richieste di giustizia della malcapitata ma allo stesso tempo far indignare una società civile. E in questo secondo caso potrebbe risultare controproducente.

Allora casualmente può venire fuori il piano B, quello di cui i cantori del groviglio sono stati per anni i migliori interpreti: confondere le acque con il Palio. Tanto, pensavano, il senese è un po’ ghiozzo e se gli parli di Palio dimentica tutto… Non potendo correrne uno straordinario, ecco che si pesca dal cilindro quell’indagine che va avanti da ben sedici mesi e che proprio il giorno precedente il processo alla vedova, catalizza l’attenzione della città. Tempismo perfetto. Casuale, ma perfetto.

Ed allora il Palio passa in prima pagina e la vedova cattiva in terza-quarta. I senesi spalancano occhi e bocca, alzano le braccia al cielo… poi si chinano sulla tastiera e danno sfoggio di senesità su Facebook. Ecco a voi i social-indignati.

Non si ritrovano in Piazza, non suonano le campanine per assemblee immediate, non protestano in ventimila davanti al tribunale minacciando di emulare Barbicone. No.

I senesi scrivono un post.

E allora direte cosa c’entrano con questo i presidenti parruccati, le piaghe d’Egitto, la riconoscenza irriconosciuta e la solidarietà mal riposta?

C’entrano. L’indignazione per la città mandata alla malora, la banca affossata, la giustizia imbarazzante, il Palio snaturato è durata lo spazio di qualche post su Facebook, e Siena è lo specchio di un’Italia prona, pronta a farsi fare di tutto senza nessuna reazione.

Come si può sperare che la ricostruzione del terremoto duri meno di quella del Belice (sisma 1968, baracche smontate nel 2006) se finite le edizioni speciali dei Tg si spegne il cervello nello stesso modo che si spegne la tv.

E perchè si inneggia agli eroi pompieri quando rischiano la vita e scavano con le mani con la stessa foga che userebbero se lì sotto ci fosse il proprio figlio, e poi ci si guarda bene da protestare al loro fianco (i pompieri non possono nemmeno scioperare…) quando chiedono che i loro stipendi imbarazzanti vengano rivisti.

Come si può essere tutti Charlie Hebdo un giorno e anti Charlie Hebdo il giorno dopo, quando si scopre che la satira può far male e che di tutta la nostra solidarietà quei redattori se ne infischiano alla grande.

Ah poi c’è il presidente: mezza America non lo vuole, e quell’America è scesa per strada. La maggior parte sono ragazzi e ragazze giovani, non indossano caschi, non sventolano bandiere di partiti, oppongono resistenza pacifica e si fanno arrestare. I nostri non se la sentono proprio di rischiare così tanto: se li mettono dentro rischiano di perdere l’orario dell’aperitivo….

2017: il campionato mondiale delle critiche distruttive abbia inizio

Lo sport maggiormente praticato, a Siena come in Italia ma penso in tutto il mondo, è criticare. A Siena credo comunque che si sia campioni mondiali della critica priva di costruttività.

Per tutto il giorno ho cercato foto del Capodanno in Piazza del Campo senza riuscire a trovarne. E visto che non esiste festa senza almeno un selfie, pareva quasi che nessuno fosse stato in Piazza.

Poi però trovi sui social lunghe discussioni sulla festa senese, e tutti son pronti a dire la loro, la maggior parte avendo brindato al 2017 in tutt’altra parte. Neppure io c’ero e quindi mi esimo dal valutare se sia stato successo o flop pazzesco, ma una riflessione voglio farla.

In tempi di ricchezza, in famiglia, per Natale si regala il Woolrich, in tempi di povertà ci si accontenta di regalare una sciarpa. Entrambe coprono dal freddo però in modo molto differente, ma se i soldi non ci sono bisogna accontentarsi di tremare.

Siena ha regalato il Woolrich quando poteva, ed adesso bisogna accontentarsi della sciarpa. A chi, casomai senza esserci, afferma che doveva essere organizzato di più, chiedo cosa avrebbe organizzato, con una cifra modestissima, se si fosse trovato a decidere. Perchè la persona che stimo è quella che sa dare idee vere e realizzabili. Dunque? Cosa avrebbe fatto di meglio?

E a chi dice che devono essere i commercianti a pagare, chiedo con quali armi potrebbe estorcere denaro a esercizi commerciali che al novanta per cento sono franchising e non scuciono un euro. A meno che l’idea non sia quella di far ricadere tutta la spesa sul dieci per cento restante, già in forte difficoltà a sopravvivere.

Invece a chi dice che non farebbe niente, e che agogna una Piazza del Campo senza spettacoli, dove poter passeggiare mano nella mano la notte di Capodanno, vorrei chiedere se si è reso conto di quanto questo ne farebbe una città non romantica ma morta e non attrattiva.

Ai moderati che auspicano musica jazz e classica, vorrei chiedere se questa è gratis (e non credo proprio) e quindi per quale motivo spendere per un genere musicale di una elitè che l’ultimo dell’anno preferisce i caldi salotti alla fredda piazza.

Insomma, se non avete un’idea che, conti alla mano, possa essere realizzabile, non distruggete solo per il gusto di vincere il campionato mondiale della critica. Fornite piuttosto, sempre conti alla mano, una ipotesi alternativa. Nell’attesa, accontentiamoci.