Il più grande attentato della storia

Il più grande attentato della storia sarebbe riuscire a spegnere la rete. Basterebbe spingere un pulsante per avere il mondo in mano e per mettere in ginocchio qualsiasi avversario.

Credo che qualcuno ci abbia già pensato e per questo non capisco perchè si spenda tanto ad armarsi di bombe atomiche. Nessuna bomba potrà avere mai lo stesso effetto devastante di pigiare il bottone dell’up rete totale.

Incredibile che una riflessione così mi possa essere venuta leggendo l’ultima fatica di Maurizio Boldrini che parla di comunicazione. Eppure…

Dopo decenni durante i quali siamo stati ad inseguire una globalità sempre più coinvolgente, diventeremmo di punto in bianco nudi davanti al buio totale di ciò che ormai ci collega non solo con il mondo, ma con la nostra nazione, la nostra città e finanche con i nostri amici.

Senza la rete non avrebbero senso le guerre, gli attentati, addirittura le leggi, perchè ormai non sappiamo più relazionarci con le distanze. Ogni nostra conoscenza, ed anche ogni nostra coscienza, viene dalla rete.

Ci troveremmo a dover parlare guardando le persone negli occhi, a convincere con parole pronunciate anzichè scritte, ci troveremmo anche a picchiarci, spararci, minacciarsi, ma solo con il corpo a corpo. E non lo sappiamo più fare.

Un solo clic e dovremmo ricominciare tutto da capo. Anche a fare informazione, spostandoci, vedendo con i propri occhi, testimoniando di presenza. E poi parlando ad una cerchia più stretta, quasi intima.

Lo so che le guerre ci sono state, pure terribili,  prima della rete, ma non sapremmo più farle, perchè non avrebbe senso combattere per qualcosa che gli altri non sanno.

Io mi sveglio la mattina e, ancor prima di scendere dal letto, controllo whatsapp e facebook. Come me diversi milioni di persone. Milioni di persone che si connettono al mondo e che domani, con quel clic, si troverebbero a dover dire solo ‘buongiorno’ a chi hanno vicino.

Grazie dell’incubo serale, Maurizio….

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David: io qualcosa andai a dire, ma nessuno verbalizzò

La morte di David Rossi non mi ha mai convinto, e non ne ho fatto mistero fin dal primo momento. Non ho comunque basi solide per sposare l’una o l’altra versione, ma di certo ho molte perplessità su come furono condotte le indagini. Presumibilmente perché si partì subito da una certezza: David si era suicidato. Si procedette cercando di avallare questa tesi invece che prenderne in considerazione una alternativa.

E di questo io ne ho le prove.

Il pomeriggio del 6 marzo 2013, intorno alle 15,30-16, ero in Vallerozzi. Pioveva e stavo chiacchierando con un’amica quando incrociai David. Aveva il cappuccio in testa e le mani in tasca e scendeva Vallerozzi con passo spedito. Ci salutammo con un ciao.

Restai a parlare per diversi minuti e in quel tempo notai uno strano atteggiamento di David, che andò più volte su e giù tra Vallerozzi e Pian d’Ovile, a passo veloce, come cercando qualcosa o qualcuno, e che ad un certo punto mi ripassò vicino quasi correndo, sbattendomi addosso mentre, con il cappuccio sempre in testa, sembrava parlasse da solo. Lui che era sempre così compassato…

Poche ore dopo ero in via dei Rossi, fuori da quel vicolo, come tantissime altre persone. E David era pochi metri più in là, a terra, senza vita.

Gli strani movimenti mi tornarono subito in mente, e pensando che sicuramente, in una indagine accurata, qualsiasi elemento potesse essere utile, da brava cittadina “non omertosa” un paio di giorni dopo mi presentai in questura per raccontare quel piccolo particolare. Poteva non essere nulla, ma chissà…

Fui fatta accomodare nella stanza di un funzionario al quale raccontai quello strano incontro con David e la sensazione che in quel momento avevo avuto, sforzandomi di ricordare ogni piccolo particolare. D’altronde gli investigatori è quello che di solito chiedono, mi pare….

Dieci minuti di mia chiacchierata fu conclusa con poche parole del funzionario: sicuramente David era fuori di testa, sicuramente David stava parlando da solo, perchè – mi fu detto – lui non usava mai auricolare visto che nelle perquisizioni non ne era stato trovato neppure uno.

Neppure una parola venne verbalizzata, e con una stretta di mano si concluse la mia collaborazione.

Mesi dopo, parlando con Antonella, abbiamo ricostruito lo strano comportamento di David in quel pomeriggio, ed abbiamo supposto con chi stesse parlando al telefono. Con l’auricolare, perchè David usava sempre l’auricolare.

Non penso quindi di essermi trovata testimone risolutiva del caso ed il mio apporto all’indagine sarebbe stato praticamente nullo. Ma in quel momento, a poca distanza dall’apertura dell’indagine, sarebbe stato DOVERE verbalizzare quello che io, comune cittadino, ero andata spontaneamente a riportare. E’ la procedura e non fu fatto.

E così mi è logico pensare che, se non fu fatto con me che mi ero presentata spontaneamente, forse non fu fatto con molti altri che potevano essere cercati e che forse avrebbero avuto da dire anche cose davvero importanti.

Drappellone il giorno dopo

La prima occhiata al drappellone mi ha lasciato a bocca aperta. Un po’ come a quasi tutti i senesi. Io poi di arte ci capisco davvero poco, quindi il giudizio che posso dare è solo emozionale.

In un attimo mi sono venute in mente tutte le critiche che poi i senesi si sono riversati in massa a scrivere su Facebook. Da meteorologici in un attimo tutti esperti d’arte, ma d’altronde il grande catino dei social permettono a tutti di esternare al mondo intero qualsiasi pensiero passi per la mente, senza rifletterci su nemmeno un momento.

Ecco, se io avessi voluto scrivere immediatamente quello che pensavo, avrei espresso un giudizio negativo.

Invece io quel drappellone l’ho guardato e riguardato, e più mi entrava negli occhi e più aumentava il gradimento rispetto alla voglia di critica.

E allora mi è piaciuta la delicatezza che esprime, il sentimento rilassante dei colori tenui, il tentativo di uscire dagli schemi delle figurine prefissate madonna classica-cavallo- piazza-torre, la voglia di introdursi nella festa in maniera garbata e non diventarne protagonista.

Insomma, tutti quanti saremmo disposti a vincere anche un cencio bianco, ma se invece fosse solo un quadro, quello di Sinta Tantra mi piacerebbe averlo sulle pareti di casa mia.

Gli ondivaghi commentatori compulsivi

Ricordatevi che, qualche mese fa, quando una anziana senese fu multata per il biglietto dell’autobus scaduto da qualche minuto, eravate tutti a offendere i dipendenti Tiemme. E da qualche giorno issate con orgoglio la bandiera “je sui autista Tiemme”.

Ricordatevi che trascorrete una consistente fetta del vostro tempo ad auspicare che i vigili urbani siano moooolto più severi con coloro che lasciano le auto e le biciclette parcheggiate ovunque. Ma quando trovate il foglietto rosa sul vostro mezzo lasciato in divieto di sosta fate post infuriati chiedendo di mettere i vigili al rogo.

Ricordatevi che postate decine di foto di sacchi di rifiuti ancora da raccogliere per strada alle 9 del mattino, ma se poi passa il camion a ritirare il vetro alle 6 siete a maledirlo perchè vi sveglia.

Carissimi commentatori compulsivi, connettetevi. Ma non in rete…..

Non si tollera la pipì ma si inneggia all’accoppiamento

In un mondo che va sempre più verso la liberalizzazione di tutto ciò che è degrado, mi chiedo come le persone ritengano quasi una privazione di un diritto quello di accoppiarsi in mezzo ad una strada davanti alle finestre di appartamenti altrui.

Non sono affatto per la castità, ma se si tollera il sesso per strada allora si devono tollerare anche tante altre necessità umane, come orinare, cacare e vomitare.

Quell’accoppiamento animalesco è fastidioso già per il modo, ma credo che ognuno possa esprimere la sua sessualità come vuole, non certo però dove vuole.

Sbeffeggiata dai ciclisti che scorrazzano per il Corso

Ore 11,25, piazza Tolomei. Un gruppo di ciclisti con maglie piene zeppe di sponsorizzazioni percorre via del Moro in controsenso, sbuca in piazza Tolomei e gira per Banchi di Sopra verso piazza Matteotti. Tutti rigorosamente in sella alle loro bici. Nella svolta uno dei ciclisti colpisce un passante. Giusto il tempo di farsi mandare a quel paese e il ciclista riparte pedalando.

Ore 13, Casin dei Nobili, in piena Y storica. Un gruppo di ciclisti con maglie piene zeppe di sponsorizzazioni percorre Banchi di Sopra verso piazza del Campo zigzagando tra i passanti. Sono una rompipalle nata e non so stare zitta. Mentre passano gli dico: “E’ vietato…”. Il ciclista mi guarda con risolino beffardo e prosegue.

Il gruppo si ferma davanti al Casin dei Nobili per decidere dove altro girovagare. Li raggiungo e spiego che su questa strada non si può andare in bici. Esiste il divieto. Davanti ad un buon numero di testimoni il gruppo mi apostrofa dicendo di farmi gli affari miei, mi chiede a presa in giro se come lavoro faccio quello di rompere i coglioni a tutti coloro che buttano una carta in terra. Fanno ironia, anzi si sentono offesi, quando dico che le scorribande per le vie centrali sono vietate.

E dicono anche che non hanno visto nessun divieto, che da nessuna parte è scritto che a Siena non si possa viaggiare in bici per le vie del centro, e che tanto non hanno trovato nessun vigile e che l’unica rompi palle sono io.

Certo non sto zitta, e replico che io, se vado in un’altra città e qualcuno mi fa presente che sto contravvenendo a qualcosa, da persona civile ed educata mi scuso e provvedo a mettermi in regola. Come parlare al vento: un colpo di pedale e via, in giù verso Banchi di Sotto, sghignazzando come matti indicandomi un’altra coppia di ciclisti che passa tranquilla.

Ho vissuto in città dove la cultura della bicicletta è radicata. Dove si fa tutto in bici, e la usavo anche io. Da nessuna parte ho visto una tolleranza simile nei confronti di chi contravviene ai divieti. In nessuna di queste città qualcuno si sognerebbe di pedalare per il centro e sentirsi in diritto di farlo. Ovunque si scende e si spinge la bici a mano.

Non odio i ciclisti, odio che per dare l’immagine di una città smart si permettano simili comportamenti. E non do tutta la colpa ai ciclisti maleducati. Di una cosa hanno ragione: siccome loro sono duri, bisogna mettere una segnaletica più chiara. Il divieto di andare in bici è solo all’inizio del Corso, quando siamo già in piazza Salimbeni. Ed è addirittura un cartello più piccolo di quelli usuali. Dagli altri accessi il divieto è generico. Ripeto: sono duri, quindi mettiamo cartelli specifici anche all’arco dei Rossi, agli accessi dai vicoli di via dei Termini, in piazza Tolomei….

A meno che l’intento non sia proprio quello di voler tollerare questi comportamenti. E un vigile per il Corso teniamocelo ogni tanto, anche se ho la prova certa che anche loro hanno difficoltà ad inseguire a piedi chi pedala a velocità e non ha nessuna intenzione di fermarsi.

Di una cosa, politici tutti, siate certi: ai senesi questi comportamenti non piacciono. A tollerarli guadagnerete un posto in paradiso da parte dei ciclisti, ma perderete un bel po’ di laicissimi voti da parte dei senesi.

Troppo facile multare gli anziani

In una città dove a scrivere spesso si rischia di ripetere sempre le stesse cose, dove non ci si indigna per una giustizia che fa melina sui problemi che hanno distrutto la città, dove si evita di esporsi anche solo con una firma quando c’è da protestare, ben venga l’indignazione popolare per la multa alla nonnina trasgreditrice.

La sua spiacevole avventura è il simbolo di quanto la città, ma anche il mondo, sia cambiato. Un tempo l’anziana che tutti i giorni va a dare un saluto al marito defunto, poi fa la spesa, scendendo un attimo dall’autobus per comprare in centro anche il baccalà buono (che domani è venerdì ed è vigilia), sarebbe stata salutata cortesemente alla sua salita in autobus, dal bigliettaio e dall’autista. I quali, probabilmente, altrettanto cortesemente, le avrebbero ricordato che il suo biglietto era in scadenza. O avrebbero chiuso un occhio, per quattro minuti di ritardo, ben sapendo che spesso l’utente ne sopporta parecchi di più, senza per questo poter multare nessuno. Va beh, tornare a quei tempi è utopia, ma allora, in questa anestesia di valori, si usi almeno la giustizia.

Non sono una frequentatrice di autobus, ma come tutti assisto alla pantomima dei controllori che scendono dal mezzo accompagnati da gruppetti di stranieri di ogni genere, dagli studenti fricchettoni, ai post figli dei fiori, dai rom ai rifugiati, tutti rigorosamente privi di biglietto, e impiegano ore a cercare documenti inesistenti e a redigere verbali di gruppo che probabilmente finiranno nei cessi.

Ci dica Tiemme, che ha preferito non commentare l’accaduto, quante di quelle multe verranno pagate. Ho il dubbio che il numero sia molto, molto minore rispetto a quelle elevate. Ed allora è facile accanirsi contro l’anziano onesto e indifeso, quello che piuttosto che subire l’umiliazione della multa davanti a tutti, ne avrebbe pagati anche tre di biglietti. Una bella dimostrazione che le regole sono regole, e che diamine.

Deve essere stata una bella soddisfazione riscuoterli subito quei 42 euro.

I controllori hanno fatto il loro lavoro. Bene: adesso però mi piacerebbe vedere che l’azienda di trasporti “locale” fa il bel gesto di dare alla signora un biglietto gratis per ogni volta che ha aspettato paziente alla fermata un autobus arrivato con più di cinque minuti di ritardo.

Perchè l’inflessibilità va bene, ma allora che sia reciproca.

Giovani di ieri e giovani di oggi

Quarant’anni fa moriva Francesco Lorusso. Un nome che per molti non dice niente. Oggi però molte cronache riportano questo anniversario, che è l’anniversario degli scontri di Bologna. Al di là della sua ideologia, quello che mi colpisce ricordare è la sua età: 25 anni. Io ne avevo 15. Non avevamo facebook e twitter, i tg erano quelli dell’ora di cena, eppure ad appena 15 anni ci cibavamo di quelle poche notizie discutendone abbondantemente, soprattutto a scuola.

Avevo 15 anni, come adesso hanno i figli delle mie amiche ed i ragazzini ai quali in contrada organizziamo le discoteche, ed eravamo così diversi. E quel Lorusso era uno studente universitario di 25 anni, la stessa età di tanti che dettero vita ai disordini di Bologna. Erano così tanti che fu necessario far intervenire l’esercito, con i carri armati per le strade.

A scuola le assemblee erano gremite e si parlava in tanti, qualcuno anche di noi di 15 anni. E si parlava di politica, divisi tra sinistra e destra. Le elezioni per i rappresentanti di istituto furono una vera battaglia. Ricordo i nomi dei “grandi”: Socci, Weber, Pianigiani, Fagiolini…. Quasi ogni mattina davanti alle scuole c’era volantinaggio, e i ciclostili si stampavano a Lotta Continua: erano gli unici ad avere il macchinario e lì andavano tutti.

E sempre al di là dell’ideologia, la chiusura di Radio Alice venne percepita come un abuso, un atto gravissimo dal quale si temeva non poter tornare indietro.

Avevamo dai 15 ai 19 anni, agli scontri nelle grandi città partecipavano giovani di 25 che a noi sembravano uomini fatti  e tra una vasca per il Corso e un pomeriggio al clebbino, la politica non ci era indifferente. Siena fu appena sfiorata da quegli anni, era una città senza eccessivi problemi, ma ugualmente eravamo coscienti di ciò che accadeva nella nostra nazione e volevamo in qualche modo esserne partecipi.

Odio chi, passata la giovinezza, ripete in maniera ossessiva la frase “ai miei tempi“, intestardendosi a non capire che ognuno fa il suo tempo e che ogni generazione ha i suoi tempi, ma è impossibile non vedere, e non preoccuparsi, di quanto siano diversi i giovani di oggi.

A scuola le assemblee non ci sono più, i decreti delegati che noi consideravamo una conquista, sono morti per inutilizzo. I ragazzi non sapevano più che farsene delle assemblee di classe, interclasse e generali. Non ci sono neppure più gli scioperi, se non qualcuno per il riscaldamento che funziona poco. I volantinaggi sono diventati quelli per le feste e le discoteche, sostituiti poi dal più pratico evento su facebook. E all’università non è diverso. Non ci sono più le tragedie di Francesco Lorusso, perchè non ci sono più battaglie, se non qualche scaramuccia con i fanatici dei centri sociali. E quei ragazzi di 25 anni, che a 15 anni ci sembravano così grandi, sono ancora adolescenti preoccupati a divertirsi invece che parlare e cercare di cambiare il proprio paese.

Adesso, che Siena i problemi li ha davvero, i primi a disinteressarsi sono proprio i giovani, quelli che ne pagheranno le spese. Ma ai pochi cortei cittadini (quello per il Monte dei Paschi, o per la verità su David Rossi, o prima ancora quello del comitato contro l’aeroporto) i giovani sono stati una rarità.

I “miei tempi” non erano certamente da prendere ad esempio, ma erano sicuramente anni più consapevoli. Chissà se tornerà il tempo in cui giovani sognatori, testardi ed orgogliosi, cercheranno fortemente di riprendere in mano le redini della politica di questa città e di questa nazione.

Evviva le Strade Bianche

Sono contenta che il numero dei “contro sempre comunque e a qualsiasi cosa” per l’evento delle Strade Bianche si sia notevolmente assottigliato. Perchè è difficile non capire quanto sia importante, in questo momento, per Siena una manifestazione ormai conosciuta a livello internazionale come le Strade Bianche.

In questi giorni Siena ha registrato il tutto completo non solo nel centro, ma anche nei paesi limitrofi. A decidere di trascorrere due, tre giorni a Siena non sono stati solo i professionisti, ma soprattutto gli amatoriali che hanno portato amici e famiglie. Corrono in 5mila ed è facile fare un conticino delle presenze. Persone che hanno soggiornato, e sicuramente mangiato e preso il caffè. Certo non avranno comprato bomboniere o articoli per la casa, ma forse qualche maglioncino in più è stato venduto. Ne beneficiano solo i commercianti? Per far girare l’economia serve anche questo. Non credo che si possa pensare che una qualsiasi manifestazione o evento possa immediatamente portare denaro in più nelle tasche dei singoli cittadini.

Siena, spogliata delle sue ricchezze, deve puntare sull’unico settore dove ha possibilità di guadagnare: il turismo. Ed il turismo, facciamocene una ragione, porta i benefici diretti ai commercianti e al Comune, non certo ai lavoratori pubblici.

Le Strade Bianche hanno portato una visibilità ed un ritorno economico inferiore solo al Palio. Godiamone, anche se dobbiamo fare i conti con qualche piccolo disagio. Stesso disagio che accettano di buon grado i residenti del centro storico nei giorni del Palio e delle feste delle contrade, con strade e parcheggi chiusi qualche volta per mesi. Ma nessuno si sognerebbe di mettere in discussione il Palio.

E leggiamo, perchè le chiusure delle strade erano state pubblicizzate da giorni, ma oggi sono tutti caduti dal pero, affermando che non ne sapevano niente. Essere informati è un diritto, ma bisogna anche volersi informare.

Oggi il disagio maggiore è stato all’uscita delle scuole. Bene: chiediamo che il prossimo anno si ponga maggiore attenzione a questo aspetto, non che i “biciclettai” se ne vadano da Siena.

Perchè poi, quando Firenze sarà ben contenta di togliere questa importante vetrina a Siena, saremo a leccarci nuove ferite e a polemizzare che Siena non è riuscita nemmeno a tenersi una manifestazione di ciclisti.

Quando l’orgoglio senese ci sta come il cavolo a merenda

 

Non finirò mai di stupirmi di ciò che la mente dei senesi riesce qualche volta a partorire.

Quando la città si è vista cancellare la sua ricchezza, quando si è vista soffiare una banca da sotto il naso, quando si è resa conto che il groviglio la stava avvinghiando come un polpo, quando ha visto scomparire una ad una le sue eccellenze, il massimo che ha fatto è stato scrivere qualche post su Facebook.

Niente folle oceaniche, niente assemblee in Piazza.

Non ha alzato la voce neppure per cose di Palio, preferendo restare unita nel silenzio piuttosto che alzare la voce nel dissenso.

Poi qualcuno una mattina si sveglia senesone centopercento e partorisce un post che in un attimo fa il giro della città:

“Ricordo a tutti che sabato 11 c’è la cena di beneficenza per la raccolta fondi per le zone terremotate in tutte e 17 le contrade.
Sarebbe bello se dopo cena , gruppi di contradaioli si trovassero in Piazza del Campo, a cantare , per chiudere una serata in bellezza. A voi tutti chiedo di parlarne con i vostri amici di contrada, è il momento per farsi sentire, per far capire che Siena è viva, che le contrade sono vive e che i contradaioli sono avversari nei giorni di Palio, ma amici per sempre, perchè noi tutti vogliamo bene a Siena e al Palio. A fine cena, alziamoci e iniziamo ad andare in su, cantando .
Immaginatevi di sentire dai vicoli di Siena, mille voci, mille canti, che all’unisono si congiungono a Chiasso Largo, per sfociare in Piazza e lì intonare la Verbena, un solo popolo unito a ribadire la propria identità, donare al vento la marcia del Palio per fa sì che la porti in ogni dove”.

Insomma, si parte tutti e, PER I TERREMOTATI, si va a cantare “Si sa che ‘un lo volete… per forza e per amore”. Vista la finalità dell’iniziativa potrei capire, al limite, un Inno d’Italia cantato tutti insieme, ma me lo spiegate voi cosa ci incastrano i nostri canti con le popolazioni terremotate e con l’orgoglio della senesità?

Altri sono i momenti in cui andava ribadita la nostra identità e il nostro orgoglio di appartenenza.

Io mi immagino già la scena: tutti impettiti come dietro al cavallo (chissà se anche in questo caso sono previsti i pettoni che per farsi vedere addirittura lo precedono), giù a riempire i vicoli di canzoni l’11 febbraio. Poi, con una bella Verbena cantata alla luna, sentiamo dentro di noi di aver fatto un gran cosa, giriamo il culo e torniamo a casa.

Postando poi su Facebook un paio di immagini strappacore.

Scegliete voi se a commento di ciò si adatta meglio la citazione di Dante “Senesi gente vana” o quella di Silvio Gigli “Siena trionfa immortale”.