La cortesia verso gli ospiti non si può chiedere per legge

Il periodo è così gramo che puntare con forza il dito contro comportamenti autolesionisti di alcune categorie commerciali equivale a sparare contro la Croce Rossa, ma uno scappellotto qualcuno se lo merita.

Due piccoli episodi avvenuti questa mattina nel giro di un’ora. La persona con la quale sto parlando riceve una telefonata. E’ un suo amico, facoltoso commerciante romano. Aveva chiesto un consiglio per trascorrere una notte a Siena e aveva ricevuto una indicazione. L’argomento della telefonata è un feedback sulla struttura dove ha alloggiato: ha chiesto di poter avere due cuscini a testa, e si è sentito rispondere che lavare le federe ha un costo e che quindi non era possibile fornire due cuscini. Non gli sono stati dati neppure dopo aver detto che era disposto a pagare l’extra. Qui ci starebbe bene una faccina molto, ma molto stupita.

Pochi minuti dopo in un tavolo con servizio (e quindi prezzo maggiorato): arrivano le due ordinazioni, tra cui un bicchiere d’acqua regolarmente pagato. Chiedo di poter avere un altro tovagliolo di carta. La cameriera mi guarda un attimo e poi mi dice: “Non può usare quello?”, indicando quello che aveva già portato. Eh sì, posso usarlo. E così ho fatto. Non sia mai che mando in rovina un locale con una simile esorbitante richiesta.

Mi chiedo soltanto: l’amministrazione comunale è venuta incontro a tutte le richieste degli esercenti. Ha concesso allungamenti di orario, suolo pubblico gratis, possibilità di mettere tavoli all’esterno… Poi però chi lavora ci deve mettere del suo. Forse il Comune doveva pensare a chiedere, in contropartita a tutto ciò, una maggiore cortesia. Ma il comportamento accogliente lo ha dato giustamente per scontato. Perchè poi, a fare la differenza, sono proprio la cortesia ed un sorriso, anche se abbozzato sotto la mascherina.

La prima volta delle elezioni settembrine

E sì, nella storia della Repubblica italiana mai le elezioni politiche o amministrative si erano svolte a settembre. Il Covid porta anche questa novità.

Sarà quindi un’estate elettorale e la prima presentazione a Siena, quella del candidato del centrosinistra Eugenio Giani, avviene sotto un sole cocente e in una Piazza senza i suoi addobbi consueti, quelli del Palio.

Si dovrà tener conto del minore interesse degli elettori per la politica sotto l’ombrellone, degli appuntamenti meno partecipati causa ferie. Si discuterà di meno, c’è da scommetterci, anche sui nomi che andranno a comporre le liste.

Eppure la posta in gioco, questa volta, è davvero alta. I sondaggi danno Eugenio Giani distanziato dalla candidata del centrodestra (sponda Lega) di 4-6 punti. Mai, in passato, erano stati così pochi. Ecco quindi che l’appeal locale può giocare un ruolo importante.

Che nomi esprimerà la città di Siena? Nel centrosinistra, accanto a Giani si è già presentato Simone Bezzini, che è certamente il più conosciuto pur essendo Valdelsano. Nonostante l’appello dei Democratici di inserire qualche nome di rilievo del capoluogo, pare che la ricerca non stia dando esiti. Più probabile che al nome di Bezzini vengano aggiunti personaggi della provincia, soprattutto della attivissima Valdichiana.

Maggiormente legate al capoluogo potrebbero essere invece le candidature del centrodestra, pescando a piene mani tra i consiglieri comunali che hanno ottenuto un numero maggiore di preferenze alle elezioni che hanno portato al cambio di amministrazione senese. Se per Fratelli d’Italia l’avvocato Riccardo Pagni ha già espresso pubblicamente la propria disponibilità a candidarsi, la Lega sembra puntare sull’importante tesoretto di voti di Massimo Bianchini, mentre per Forza Italia potrebbe entrare in lizza Maria Concetta Raponi. Ma nei prossimi giorni a questi se ne aggiungeranno almeno un paio per ogni lista.

E Italia Viva? Ci sarà sicuramente Stefano Scaramelli e non dovrebbe mancare neppure Elisa Meloni.

Giù le mani dai tavolini

C’era da aspettarsele le grida di scandalo per i tavolini per le vie principali del centro storico. Occasione succulenta per tutti i puristi della città, che continuano ad immaginare un centro storico immobile, con il nulla a far da cornice ai monumenti. Tutto ciò che è vita e piacere come al solito dà fastidio.

Eppure a me quei tavoli per il Corso fanno tornare, finalmente, un po’ di allegria. Sono un inno alla vita ed al piacere. E non mi sono voluta perdere l’occasione di fare un aperitivo guardando le persone che passeggiano, degustare un piatto mentre intorno si torna a vivere.

Siena è una delle poche città dove non ci sono bar con tavoli all’aperto nella via principale. E mi è sempre sembrata una mancanza piuttosto che una qualità. Siete certi che qualcuno noti meglio le Logge della Mercanzia mentre passa veloce e distratto invece che nei minuti rilassati durante una chiacchierata al tavolo con amici? Siete sicuri che le Logge del Papa siano più attrattive nel completo isolamento invece che come scenario di una cena?

E siete sicuri che tutto ciò lo dite in nome di una tradizione senese?

Perchè i tavoli per il Corso c’erano, come dimostra la celebre foto dei primi del novecento del Caffè Nazionale, nella Casa del Popolo attuale Consorzio Agrario in via Pianigiani. A guardarla viene voglia di mettersi a sedere vicino a quelle signore eleganti, sentire le loro chiacchiere sui passanti, ammirare le divise di militari, interrogarsi su chi fosse quel signore originale per quei tempi, con barba e cappello bianco… E’ una foto (archivio Malandrini)  che rende l’idea di una città viva.

E, se sempre di tradizione si vuole parlare, allora andrebbero tolti i tavoli da Piazza del Campo. Lì proprio non c’erano. C’era il carbonaio, l’uccellaio, il macellaio, non certo i bar.

A chi si augura che passata l’emergenza i tavoli scompaiano, dico che secondo me sbaglia. Modificare la fisionomia della vita, meglio dire della vitalità, di una città è sinonimo di lungimiranza e capacità di adeguarsi ai tempi. L’immobilismo, l’incapacità di cambiare, non sono virtù, ma difetti.

Primo giorno da liberi ed inno all’idiozia

Voglio tornare a vivere una vita NORMALE, voglio tornare a USCIRE, voglio tornare soprattutto a poter LAVORARE.

Non sono una paranoica, non sono un’allarmista, ma le immagini apparse sui social dimostrano che le persone o le costringi con la forza e le regole ferree, o non riescono ad autoregolamentarsi.

La prima domenica da liberi è stata un inno all’idiozia. Nulla di male a tornare in Piazza del Campo, nulla di male a vedere gli amici, a fare un aperitivo, a riassaporare un po’ di normalità.

Ma cosa spinge a stare a cinquanta centimetri gli uni dagli altri e a tenere la mascherina ovunque ad eccezione che davanti a naso e bocca? Cosa abbiamo capito da questi due mesi di chiusura totale? Nulla. Anzi sì: che non meritiamo alcuna fiducia.

Puntiamo sulla fortuna per non far tornare i contagi, perchè sull’intelligenza proprio non possiamo contare.

Coronavirus, quando a Sarajevo sparavano i cecchini

Era il 1995 e a Sarajevo c’era la guerra. Quella vera, dove si spara. Dai grattacieli della Ulica Zmaja od Bosne, una delle vie principali della città, decine di cecchini sparavano su chiunque passasse. Non importa chi fossero: uomini, donne, anche bambini. Non sapevano da dove provenisse il colpo che li colpiva. Così morirono 225 persone, tra le quali 60 bambini. Ne furono ferite 1.030. In una sola strada.

Cosa c’entra Sarajevo con il Coronavirus? Al tempo guardavo le immagini cercando di immedesimarmi nelle persone che per necessità attraversavano quella strada ben sapendo che rischiavano la vita. E che sapevano benissimo che a metà sarebbero potute non esistere più. Una roulette russa. Eppure dovevano attraversare quella strada.

Il Coronavirus mi dà la stessa sensazione.

Le strade deserte, le attività sospese, i locali chiusi, come in una guerra. Anzi di più. In guerra la gente si rifugia in chiesa a pregare. Il Coronavirus ha fatto sospendere anche le messe, i matrimoni, i funerali.

Siamo in guerra contro un cecchino che nessuno riesce a vedere e a fermare. Non sappiamo da dove arriva il suo tiro: dal passante che incrociamo? Dalla maniglia che tocchiamo? Dall’involucro della confezione di biscotti che compriamo? Dall’aria che respiriamo in una stanza?

Restare barricati in casa sarebbe l’unica soluzione. Così come sembrava facile, a noi lontani, non attraversare proprio Ulica Zmaja od Bosne. Ma dobbiamo lavorare, comprare il pane, rifornirci di alimenti. Insomma dobbiamo attraversare quella strada.

E così guardiamo con sospetto ogni persona, perchè potrebbe avere un amico dell’amico che è entrato in contatto con il cecchino, in un domino pazzesco dal quale proteggersi pare impossibile. E così ci sentiamo tutti i sintomi possibili, uno starnuto ci fa pensare ad una condanna, ci proviamo dieci volte al giorno la febbre, ben sapendo che se quel termometro sale vuol dire che ormai il cecchino ti ha beccato. Quindi a che serve provarsela… ma lo facciamo ugualmente.

Non giudico il comportamento di nessuno. Riesco a capire anche i folli in fuga dalla zona rossa, perché restare li fa sentire come i passeggeri del treno del film di Cassandra Crossing. Molto meno capisco le centinaia di persone che si accalcano agli impianti di risalita delle piste di sci, i giovani che continuano a fare movida scambiando l’emergenza per vacanze, o i loro genitori che non li tengono in casa.

Quando a Siena passava la ronda

Non ho date precise ma solo ricordi di bambina che aveva il privilegio di abitare in Piazza del Campo. Trascorrevo ore alla finestra, curiosa di tutto ciò che avveniva in quello che allora era il fulcro vitale della città, con le sue botteghe di giorno ed i perditempo la sera.

Erano gli anni in cui a Siena c’era ancora la fanteria, più tardi soppiantata dai paracadutisti della Folgore. Quando per me era già notte, ma a ripensarci adesso sarà stato solo tardo pomeriggio, la città si riempiva di uomini in divisa. Allora i militari non potevano uscire dalla caserma in abiti borghesi, e quei gruppi di ragazzi si riconoscevano subito. Agli occhi di bambina erano uomini fatti, ma in realtà si trattava di ragazzini diciottenni molti dei quali avevano lasciato la loro casa per la prima volta.

E poi c’era la ronda. La parola veniva quasi sussurrata dagli adulti, anzi qualche volta, se facevamo capricci, prendeva il posto del temibile “uomo nero”. Ricordo che erano almeno tre militari che camminavano per la città in linea perfetta, tanto da essermi sempre chiesta come facessero a muoversi con tanta precisione.

Se ai bambini veniva minacciato l’arrivo della ronda come ammonimento a star buoni, ho scoperto più tardi che per gli adulti non era così.

La ronda era considerata una sicurezza. In effetti il loro compito era controllare che i militari in libera uscita si comportassero correttamente, che vestissero degnamente la divisa, che non si ubriacassero e non facessero a botte. Non avevano quindi mansioni di sicurezza civile, ma il loro passaggio incuteva comunque sicurezza. Ho saputo poi nel tempo che qualche ragazza, costretta a tornare a casa da sola quando era già buio, era ben contenta di seguire la ronda per evitare di essere importunata.

Nessuno si sarebbe mai sognato di pensare che quel controllo della città fosse inopportuno.

Oggi si torna a parlare di militari che collaborano alla sicurezza, ed al rispetto del decoro, della città. E qualcuno si scandalizza, casomai esclamando “dove andremo a finire”.

Tutt’al più, penso io, potremo andare a finire là dove eravamo. Rimpiango la sicurezza che mi davano gli uomini di ronda, capaci di dare tranquillità solo camminando in linea perfetta. E così guardo con affetto e tenerezza a quei ragazzi in divisa che, un po’ annoiati, trascorrono la loro giornata in Piazza del Campo o davanti al Duomo. Vederli non mi turba, perchè non tolgono nulla alla mia libertà. Hanno scelto di servire il loro paese e abbiamo la fortuna di non avere guerre. Facciamoglielo servire facendo qualcosa di utile.

Lo scandalo Mille Miglia non sono le auto che passano

Rombano, intralciano la circolazione, mettono a soqquadro la città. No, non sono questi gli scandali del passaggio della Mille Miglia da Siena.

Lo scandalo è che Siena sia solo tappa di passaggio e non tappa con arrivo serale. Di questo dovrebbero scandalizzarsi i senesi sempre pronti a far polemica.

Siena dovrebbe cercare in ogni modo di essere tappa che porta valore alla città. Dovrebbe fare in modo che per una sera si riempissero gli alberghi di facoltosi amanti della più prestigiosa corsa di auto storiche. Dovrebbe accoglierle come una grande festa, con ristoranti pronti ad ospitarli, esercizi commerciali e musei aperti nel serale, con negozi di artigianato e prodotti tipici enogastronomici locali che attirino i loro acquisti.

Smettiamo di lamentarci per due sgassate, ma cerchiamo di catturare il turismo di fascia alta come quello che partecipa alle Mille Miglia. Far vedere la nostra migliore versione anche in una sola sera, può essere il modo di invitarli a tornare per visitarla in maniera migliore.

Oppure continuiamo a farlo fare a Milano Marittima….

Nove uomini senza donne

Sono sette in fotografia, otto con David Chiti che ha ufficializzato la sua candidatura in piena notte, nove (e me ne ero scordata chiedo venia) con Alessandro Pinciani in corsa da un paio di giorni. La consuetudine vuole che, nel mondo, ogni sette uomini abbiano a disposizione una donna. Ma in politica pare non sia così, almeno a Siena.

Nove sono i candidati a sindaco e tutti sono uomini. Nessun nome di donna neppure ventilato. Siena città maschilista o donne senesi insensibili alla politica? Donne senesi che lasciano che a guidare sia l’uomo o donne senesi che non vogliono abbassarsi ad una caccia alla poltrona così povera di contenuti e ricca di ripicche?

Retaggio forse contradaiolo dove le donne, almeno nella tradizione, sono state ridotte ai margini? O incapacità a farsi valere? Oppure validità del vecchio detto che le prime nemiche delle donne sono proprio le donne?

Qualunque via il motivo è davvero triste che nessuna parte politica abbia voluto investire, credere e puntare su una di loro.

Ps: scusate, inizialmente avevo scritto otto uomini. In effetti tenere il conto non è facile e farlo in piena notte, al termine di una giornata di lavoro lo è ancora di più.

 

Ritorniamo ai comizi

Io voglio vedere il ritorno ai comizi in piazza. Voglio vedere il candidato sul palco, i suoi fedelissimi al fianco. Voglio vedere la gente che ascolta, e voglio che il vostro discorso sia così appassionato e accattivante da far fermare chi passa.

Basta rinchiudersi nelle sale, nei cinema e ora anche nei bar. Basta ristoranti e salotti. Basta presentarsi solo ai taccuini.

Volete far politica? La politica è quella della piazza. Se non riuscite a catturare l’attenzione di un passante come volete catturare quella di un elettorato?

E se davanti al vostro palco non ci sarà nessuno, interrogatevi del perchè.

No, la politica non deve essere fatta su Facebook, dove a scrivere non siete voi ma il vostro addetto stampa. Non dovete pretendere la presenza dei giornalisti che vi facciano cassa di risonanza. Devo essere le vostre parole a “tuonare”.

Il mondo è cambiato? Beh, chi ha coraggio lo cambi di nuovo.

Dal cd stiamo tornando al vinile, si potrà tornare dal post al comizio.

(Foto presa in prestito, non ho trovato l’autore per citarlo)