Troppo facile multare gli anziani

In una città dove a scrivere spesso si rischia di ripetere sempre le stesse cose, dove non ci si indigna per una giustizia che fa melina sui problemi che hanno distrutto la città, dove si evita di esporsi anche solo con una firma quando c’è da protestare, ben venga l’indignazione popolare per la multa alla nonnina trasgreditrice.

La sua spiacevole avventura è il simbolo di quanto la città, ma anche il mondo, sia cambiato. Un tempo l’anziana che tutti i giorni va a dare un saluto al marito defunto, poi fa la spesa, scendendo un attimo dall’autobus per comprare in centro anche il baccalà buono (che domani è venerdì ed è vigilia), sarebbe stata salutata cortesemente alla sua salita in autobus, dal bigliettaio e dall’autista. I quali, probabilmente, altrettanto cortesemente, le avrebbero ricordato che il suo biglietto era in scadenza. O avrebbero chiuso un occhio, per quattro minuti di ritardo, ben sapendo che spesso l’utente ne sopporta parecchi di più, senza per questo poter multare nessuno. Va beh, tornare a quei tempi è utopia, ma allora, in questa anestesia di valori, si usi almeno la giustizia.

Non sono una frequentatrice di autobus, ma come tutti assisto alla pantomima dei controllori che scendono dal mezzo accompagnati da gruppetti di stranieri di ogni genere, dagli studenti fricchettoni, ai post figli dei fiori, dai rom ai rifugiati, tutti rigorosamente privi di biglietto, e impiegano ore a cercare documenti inesistenti e a redigere verbali di gruppo che probabilmente finiranno nei cessi.

Ci dica Tiemme, che ha preferito non commentare l’accaduto, quante di quelle multe verranno pagate. Ho il dubbio che il numero sia molto, molto minore rispetto a quelle elevate. Ed allora è facile accanirsi contro l’anziano onesto e indifeso, quello che piuttosto che subire l’umiliazione della multa davanti a tutti, ne avrebbe pagati anche tre di biglietti. Una bella dimostrazione che le regole sono regole, e che diamine.

Deve essere stata una bella soddisfazione riscuoterli subito quei 42 euro.

I controllori hanno fatto il loro lavoro. Bene: adesso però mi piacerebbe vedere che l’azienda di trasporti “locale” fa il bel gesto di dare alla signora un biglietto gratis per ogni volta che ha aspettato paziente alla fermata un autobus arrivato con più di cinque minuti di ritardo.

Perchè l’inflessibilità va bene, ma allora che sia reciproca.

Giovani di ieri e giovani di oggi

Quarant’anni fa moriva Francesco Lorusso. Un nome che per molti non dice niente. Oggi però molte cronache riportano questo anniversario, che è l’anniversario degli scontri di Bologna. Al di là della sua ideologia, quello che mi colpisce ricordare è la sua età: 25 anni. Io ne avevo 15. Non avevamo facebook e twitter, i tg erano quelli dell’ora di cena, eppure ad appena 15 anni ci cibavamo di quelle poche notizie discutendone abbondantemente, soprattutto a scuola.

Avevo 15 anni, come adesso hanno i figli delle mie amiche ed i ragazzini ai quali in contrada organizziamo le discoteche, ed eravamo così diversi. E quel Lorusso era uno studente universitario di 25 anni, la stessa età di tanti che dettero vita ai disordini di Bologna. Erano così tanti che fu necessario far intervenire l’esercito, con i carri armati per le strade.

A scuola le assemblee erano gremite e si parlava in tanti, qualcuno anche di noi di 15 anni. E si parlava di politica, divisi tra sinistra e destra. Le elezioni per i rappresentanti di istituto furono una vera battaglia. Ricordo i nomi dei “grandi”: Socci, Weber, Pianigiani, Fagiolini…. Quasi ogni mattina davanti alle scuole c’era volantinaggio, e i ciclostili si stampavano a Lotta Continua: erano gli unici ad avere il macchinario e lì andavano tutti.

E sempre al di là dell’ideologia, la chiusura di Radio Alice venne percepita come un abuso, un atto gravissimo dal quale si temeva non poter tornare indietro.

Avevamo dai 15 ai 19 anni, agli scontri nelle grandi città partecipavano giovani di 25 che a noi sembravano uomini fatti  e tra una vasca per il Corso e un pomeriggio al clebbino, la politica non ci era indifferente. Siena fu appena sfiorata da quegli anni, era una città senza eccessivi problemi, ma ugualmente eravamo coscienti di ciò che accadeva nella nostra nazione e volevamo in qualche modo esserne partecipi.

Odio chi, passata la giovinezza, ripete in maniera ossessiva la frase “ai miei tempi“, intestardendosi a non capire che ognuno fa il suo tempo e che ogni generazione ha i suoi tempi, ma è impossibile non vedere, e non preoccuparsi, di quanto siano diversi i giovani di oggi.

A scuola le assemblee non ci sono più, i decreti delegati che noi consideravamo una conquista, sono morti per inutilizzo. I ragazzi non sapevano più che farsene delle assemblee di classe, interclasse e generali. Non ci sono neppure più gli scioperi, se non qualcuno per il riscaldamento che funziona poco. I volantinaggi sono diventati quelli per le feste e le discoteche, sostituiti poi dal più pratico evento su facebook. E all’università non è diverso. Non ci sono più le tragedie di Francesco Lorusso, perchè non ci sono più battaglie, se non qualche scaramuccia con i fanatici dei centri sociali. E quei ragazzi di 25 anni, che a 15 anni ci sembravano così grandi, sono ancora adolescenti preoccupati a divertirsi invece che parlare e cercare di cambiare il proprio paese.

Adesso, che Siena i problemi li ha davvero, i primi a disinteressarsi sono proprio i giovani, quelli che ne pagheranno le spese. Ma ai pochi cortei cittadini (quello per il Monte dei Paschi, o per la verità su David Rossi, o prima ancora quello del comitato contro l’aeroporto) i giovani sono stati una rarità.

I “miei tempi” non erano certamente da prendere ad esempio, ma erano sicuramente anni più consapevoli. Chissà se tornerà il tempo in cui giovani sognatori, testardi ed orgogliosi, cercheranno fortemente di riprendere in mano le redini della politica di questa città e di questa nazione.

Evviva le Strade Bianche

Sono contenta che il numero dei “contro sempre comunque e a qualsiasi cosa” per l’evento delle Strade Bianche si sia notevolmente assottigliato. Perchè è difficile non capire quanto sia importante, in questo momento, per Siena una manifestazione ormai conosciuta a livello internazionale come le Strade Bianche.

In questi giorni Siena ha registrato il tutto completo non solo nel centro, ma anche nei paesi limitrofi. A decidere di trascorrere due, tre giorni a Siena non sono stati solo i professionisti, ma soprattutto gli amatoriali che hanno portato amici e famiglie. Corrono in 5mila ed è facile fare un conticino delle presenze. Persone che hanno soggiornato, e sicuramente mangiato e preso il caffè. Certo non avranno comprato bomboniere o articoli per la casa, ma forse qualche maglioncino in più è stato venduto. Ne beneficiano solo i commercianti? Per far girare l’economia serve anche questo. Non credo che si possa pensare che una qualsiasi manifestazione o evento possa immediatamente portare denaro in più nelle tasche dei singoli cittadini.

Siena, spogliata delle sue ricchezze, deve puntare sull’unico settore dove ha possibilità di guadagnare: il turismo. Ed il turismo, facciamocene una ragione, porta i benefici diretti ai commercianti e al Comune, non certo ai lavoratori pubblici.

Le Strade Bianche hanno portato una visibilità ed un ritorno economico inferiore solo al Palio. Godiamone, anche se dobbiamo fare i conti con qualche piccolo disagio. Stesso disagio che accettano di buon grado i residenti del centro storico nei giorni del Palio e delle feste delle contrade, con strade e parcheggi chiusi qualche volta per mesi. Ma nessuno si sognerebbe di mettere in discussione il Palio.

E leggiamo, perchè le chiusure delle strade erano state pubblicizzate da giorni, ma oggi sono tutti caduti dal pero, affermando che non ne sapevano niente. Essere informati è un diritto, ma bisogna anche volersi informare.

Oggi il disagio maggiore è stato all’uscita delle scuole. Bene: chiediamo che il prossimo anno si ponga maggiore attenzione a questo aspetto, non che i “biciclettai” se ne vadano da Siena.

Perchè poi, quando Firenze sarà ben contenta di togliere questa importante vetrina a Siena, saremo a leccarci nuove ferite e a polemizzare che Siena non è riuscita nemmeno a tenersi una manifestazione di ciclisti.

Quando l’orgoglio senese ci sta come il cavolo a merenda

 

Non finirò mai di stupirmi di ciò che la mente dei senesi riesce qualche volta a partorire.

Quando la città si è vista cancellare la sua ricchezza, quando si è vista soffiare una banca da sotto il naso, quando si è resa conto che il groviglio la stava avvinghiando come un polpo, quando ha visto scomparire una ad una le sue eccellenze, il massimo che ha fatto è stato scrivere qualche post su Facebook.

Niente folle oceaniche, niente assemblee in Piazza.

Non ha alzato la voce neppure per cose di Palio, preferendo restare unita nel silenzio piuttosto che alzare la voce nel dissenso.

Poi qualcuno una mattina si sveglia senesone centopercento e partorisce un post che in un attimo fa il giro della città:

“Ricordo a tutti che sabato 11 c’è la cena di beneficenza per la raccolta fondi per le zone terremotate in tutte e 17 le contrade.
Sarebbe bello se dopo cena , gruppi di contradaioli si trovassero in Piazza del Campo, a cantare , per chiudere una serata in bellezza. A voi tutti chiedo di parlarne con i vostri amici di contrada, è il momento per farsi sentire, per far capire che Siena è viva, che le contrade sono vive e che i contradaioli sono avversari nei giorni di Palio, ma amici per sempre, perchè noi tutti vogliamo bene a Siena e al Palio. A fine cena, alziamoci e iniziamo ad andare in su, cantando .
Immaginatevi di sentire dai vicoli di Siena, mille voci, mille canti, che all’unisono si congiungono a Chiasso Largo, per sfociare in Piazza e lì intonare la Verbena, un solo popolo unito a ribadire la propria identità, donare al vento la marcia del Palio per fa sì che la porti in ogni dove”.

Insomma, si parte tutti e, PER I TERREMOTATI, si va a cantare “Si sa che ‘un lo volete… per forza e per amore”. Vista la finalità dell’iniziativa potrei capire, al limite, un Inno d’Italia cantato tutti insieme, ma me lo spiegate voi cosa ci incastrano i nostri canti con le popolazioni terremotate e con l’orgoglio della senesità?

Altri sono i momenti in cui andava ribadita la nostra identità e il nostro orgoglio di appartenenza.

Io mi immagino già la scena: tutti impettiti come dietro al cavallo (chissà se anche in questo caso sono previsti i pettoni che per farsi vedere addirittura lo precedono), giù a riempire i vicoli di canzoni l’11 febbraio. Poi, con una bella Verbena cantata alla luna, sentiamo dentro di noi di aver fatto un gran cosa, giriamo il culo e torniamo a casa.

Postando poi su Facebook un paio di immagini strappacore.

Scegliete voi se a commento di ciò si adatta meglio la citazione di Dante “Senesi gente vana” o quella di Silvio Gigli “Siena trionfa immortale”.

Succede di tutto: i senesi al massimo scrivono un post

Scrivo solo quando ho veramente qualcosa da dire. Questo giustifica i miei lunghi silenzi, il mio scomparire quando c’è il rischio di scrivere parole per il solo gusto di rileggersi.

Oggi ne avrei da scrivere, non uno ma tre, quattro post. Sembra di essere in un tagadà internazionale, che gira e sbatte e mescola presidenti parruccati con cazzotti nostrani, processi farsa e piaghe d’Egitto, riconoscenza irriconosciuta e solidarietà mal riposta. Divertitevi pure ad associare ogni sintagma ad un avvenimento ed il gioco è fatto.

Eppure la gran parte di ciò un filo logico può averlo. E’ un sentimento che sento da tempo e che mi fa provare disgusto verso quella cosa molliccia che siamo tutti diventati: spettatori polemici e disinformati, mai leoni coraggiosi pronti a combattere. Eppure non erano questi gli italiani, e neppure erano questi i senesi.

Quei senesi, come Cecco delle Fornaci, Giovanni di Monna Tessa, Francesco d’Agnolo detto Barbicone, umili lanaioli che si portarono dietro un popolo nella cacciata dell’allora potere politico. E noi invece siamo qui, giunchi pronti a farsi sbattere da qualunque vento, incapaci di ogni reazione. Perchè almeno una ce ne dovrebbe essere stata, visto quanto siamo stati presi in giro in questi anni.

Di motivi ce ne sono a bizzeffe, tipo veder processare una vedova che chiede troppo insistentemente verità sulla morte del proprio marito. E assistere ad un processo che è basato veramente sul nulla, talmente sul nulla che il pm non riesce a formulare ‘una domanda una’ che appaia pertinente all’accusa.

Sì perchè la procura, che ebbe, ed ancora ha, una fretta boiona di archiviare il caso della morte di David Rossi come suicidio di un persona stressata, trova il tempo (ed il denaro) di accusare la moglie troppo insistente di aver reso pubbliche alcune mail del marito indirizzate ai vertici del Monte. Mail che, prima che sul giornale, sono finite tra i tavoli di cene di contrada. Ora spiegatemi: ti dicono che il tuo marito si è gettato dalla finestra (cinque minuti dopo si è suicidato invece il suo orologio….) e tu non vai a cercare in ogni dove una spiegazione? E non vai a guardare proprio nel suo computer? E se scopri che tuo marito ha più volte scritto mail per chiedere aiuto per risolvere una situazione delicata senza essere preso in considerazione, non prendi e vai sotto casa di chi non l’ha ascoltato, casomai imbracciando un microfono collegato a casse da mega concerto, per urlare al mondo intero cosa pensi di quella persona? E in casi simili perchè, invece che processare la vedova, si è proceduto per istigazione al suicidio? Sempre ammesso che di suicidio si sia trattato.

In effetti trovarsi da vedova-vittima a imputata potrebbe sortire due effetti: calmierare le richieste di giustizia della malcapitata ma allo stesso tempo far indignare una società civile. E in questo secondo caso potrebbe risultare controproducente.

Allora casualmente può venire fuori il piano B, quello di cui i cantori del groviglio sono stati per anni i migliori interpreti: confondere le acque con il Palio. Tanto, pensavano, il senese è un po’ ghiozzo e se gli parli di Palio dimentica tutto… Non potendo correrne uno straordinario, ecco che si pesca dal cilindro quell’indagine che va avanti da ben sedici mesi e che proprio il giorno precedente il processo alla vedova, catalizza l’attenzione della città. Tempismo perfetto. Casuale, ma perfetto.

Ed allora il Palio passa in prima pagina e la vedova cattiva in terza-quarta. I senesi spalancano occhi e bocca, alzano le braccia al cielo… poi si chinano sulla tastiera e danno sfoggio di senesità su Facebook. Ecco a voi i social-indignati.

Non si ritrovano in Piazza, non suonano le campanine per assemblee immediate, non protestano in ventimila davanti al tribunale minacciando di emulare Barbicone. No.

I senesi scrivono un post.

E allora direte cosa c’entrano con questo i presidenti parruccati, le piaghe d’Egitto, la riconoscenza irriconosciuta e la solidarietà mal riposta?

C’entrano. L’indignazione per la città mandata alla malora, la banca affossata, la giustizia imbarazzante, il Palio snaturato è durata lo spazio di qualche post su Facebook, e Siena è lo specchio di un’Italia prona, pronta a farsi fare di tutto senza nessuna reazione.

Come si può sperare che la ricostruzione del terremoto duri meno di quella del Belice (sisma 1968, baracche smontate nel 2006) se finite le edizioni speciali dei Tg si spegne il cervello nello stesso modo che si spegne la tv.

E perchè si inneggia agli eroi pompieri quando rischiano la vita e scavano con le mani con la stessa foga che userebbero se lì sotto ci fosse il proprio figlio, e poi ci si guarda bene da protestare al loro fianco (i pompieri non possono nemmeno scioperare…) quando chiedono che i loro stipendi imbarazzanti vengano rivisti.

Come si può essere tutti Charlie Hebdo un giorno e anti Charlie Hebdo il giorno dopo, quando si scopre che la satira può far male e che di tutta la nostra solidarietà quei redattori se ne infischiano alla grande.

Ah poi c’è il presidente: mezza America non lo vuole, e quell’America è scesa per strada. La maggior parte sono ragazzi e ragazze giovani, non indossano caschi, non sventolano bandiere di partiti, oppongono resistenza pacifica e si fanno arrestare. I nostri non se la sentono proprio di rischiare così tanto: se li mettono dentro rischiano di perdere l’orario dell’aperitivo….

2017: il campionato mondiale delle critiche distruttive abbia inizio

Lo sport maggiormente praticato, a Siena come in Italia ma penso in tutto il mondo, è criticare. A Siena credo comunque che si sia campioni mondiali della critica priva di costruttività.

Per tutto il giorno ho cercato foto del Capodanno in Piazza del Campo senza riuscire a trovarne. E visto che non esiste festa senza almeno un selfie, pareva quasi che nessuno fosse stato in Piazza.

Poi però trovi sui social lunghe discussioni sulla festa senese, e tutti son pronti a dire la loro, la maggior parte avendo brindato al 2017 in tutt’altra parte. Neppure io c’ero e quindi mi esimo dal valutare se sia stato successo o flop pazzesco, ma una riflessione voglio farla.

In tempi di ricchezza, in famiglia, per Natale si regala il Woolrich, in tempi di povertà ci si accontenta di regalare una sciarpa. Entrambe coprono dal freddo però in modo molto differente, ma se i soldi non ci sono bisogna accontentarsi di tremare.

Siena ha regalato il Woolrich quando poteva, ed adesso bisogna accontentarsi della sciarpa. A chi, casomai senza esserci, afferma che doveva essere organizzato di più, chiedo cosa avrebbe organizzato, con una cifra modestissima, se si fosse trovato a decidere. Perchè la persona che stimo è quella che sa dare idee vere e realizzabili. Dunque? Cosa avrebbe fatto di meglio?

E a chi dice che devono essere i commercianti a pagare, chiedo con quali armi potrebbe estorcere denaro a esercizi commerciali che al novanta per cento sono franchising e non scuciono un euro. A meno che l’idea non sia quella di far ricadere tutta la spesa sul dieci per cento restante, già in forte difficoltà a sopravvivere.

Invece a chi dice che non farebbe niente, e che agogna una Piazza del Campo senza spettacoli, dove poter passeggiare mano nella mano la notte di Capodanno, vorrei chiedere se si è reso conto di quanto questo ne farebbe una città non romantica ma morta e non attrattiva.

Ai moderati che auspicano musica jazz e classica, vorrei chiedere se questa è gratis (e non credo proprio) e quindi per quale motivo spendere per un genere musicale di una elitè che l’ultimo dell’anno preferisce i caldi salotti alla fredda piazza.

Insomma, se non avete un’idea che, conti alla mano, possa essere realizzabile, non distruggete solo per il gusto di vincere il campionato mondiale della critica. Fornite piuttosto, sempre conti alla mano, una ipotesi alternativa. Nell’attesa, accontentiamoci.

Iustitia, magistratura, politica e colpi di stato

Un tempo, quando la religione era ben radicata, si sperava nella giustizia divina, che prima o poi avrebbe decretato il giusto. Quando poi siamo diventati più filosofici e meno credenti, ci siamo fidati di Confucio e ci siamo seduti lungo la riva del fiume. Ma in entrambi i casi avevamo il fondato convincimento che sopra a tutti c’era, e ci sarebbe stata, Iustitia, dea bendata che in una mano tiene una bilancia e nell’altra una spada. Nella sua alterigia Iustitia appariva lontana dalle cose terrene, protesa solo alla giustizia ultima e suprema.

Mi sa che la povera Iustitia ultimamente sia scesa dal suo piedistallo e se ne vada a giro qua e là come una comune mortale, tirata per la veste e anche pronta a farsi ammaliare da tante sirene. Che, mi sa, devono avere santi importanti in paradiso.

Guardate la povera Raggi. Sia chiaro: a me non mi importa assolutamente a quale partito politico appartenga, ma la sua elezione ha certo scombussolato le carte a parecchi. Ma vi sembra possibile, e soprattutto casuale, che da quando è stata eletta non ci sia stato giorno che uno dei suoi collaboratori non sia finito nelle maglie della giustizia? Un’ecatombe intorno a lei. Basta che una persona si mostri appena disponibile a collaborare con la sua amministrazione e subito scappa fuori uno scheletro dall’armadio. Poi casomai quella persona ha solcato precedentemente centomila altre amministrazioni di altri centomila colori passando indenne ad ogni burrasca, ma come si avvicina alla eterea Virginia, ecco che scappa fuori l’avviso di garanzia, l’indagine, l’arresto. Per il calcolo delle probabilità aveva più possibilità di vincere al Superenalotto che trovarsi circondata da così tanti malfattori.

Ma la vicenda Raggi è solo la punta dell’iceberg di quanto sta avvenendo da tempo in Italia, dove la politica si gestisce a suon di magistratura.

E’ mai possibile (Siena lo dimostra) che fascicoli imbarazzanti, frutto di indagini lunghe mesi, restino a muffire per anni, fino a quando il tutto non cade in prescrizione, pur di evitare sentenze scomode. E’ mai possibile che, quando non si trovano altri modi, politici in declino vengano abbattuti a suon di indagini su seratine private per toglierli di mezzo.

E’ mai possibile che malagestioni evidenti a tutti non vengano prese in considerazione fino a quando politica non voglia, e poi diventino tutto ad un tratto reati inenarrabili se cambia il vento?

Tangentopoli, Mani Pulite, rilette adesso, sono la prima dimostrazione dell’uso politico della magistratura. Non corrotta, ma indirizzata. Non corrotta, ma addomesticata. Pare quasi che ormai si viva in un regime di delirio di onnipotenza da parte della magistratura, capace di indirizzare le sorti di un paese più, e molto oltre, la politica.

Cara dea Iustitia spero che tu possa tornare sul tuo piedistallo, riprendere il tuo ruolo imparziale di fronte alle piccole beghe politiche dei comuni mortali. In caso contrario inizieremo a sentirci vittime di un colpo di stato messo a segno a suon di fascicoli. Che spesso fanno più male delle pallottole.

Attenzione: presidente di seggio mordace

Domani sarò nuovamente ad attendere l’arrivo del materiale per la costituzione del mio seggio. Sarò nella stessa scuola, probabilmente anche nella stessa aula. Conterò le circa 800 schede, le distribuirò agli scrutatori per firmarle e ricontarle e poi le timbrerò tutte personalmente. 800 timbri in rapida successione come una mitragliatrice. Poi allestirò il seggio, con le urne, i manifesti e tutto l’occorrente per essere pronti, domenica mattina alle 7, ad accogliere i primi votanti.

Resteremo dentro quell’aula 14 ore a segnare documenti, distribuire schede, tenere il conto delle matite, facilitare (e spesso anche tranquillizzare) gli elettori più anziani. Nessuna mensa ci porterà pranzo e cena.

Alle 23 inizieremo lo spoglio, e poi dovremo concludere i verbali. Se tutto va bene andremo a letto alle 2, dopo 17 ore di lavoro (20 in totale con il sabato).

Si è parlato tanto di referendum, ma nessuno che abbia speso una parola per coloro che per fare un referendum, così come qualsiasi tipo di elezione, prestano il loro tempo: i presidenti e gli scrutatori.

Sappiate che quelle persone davanti alle quali spesso sbuffate per aver dovuto attendere cinque minuti, o perchè vi chiedono il documento (come se non sapeste che è necessario), o vi invitano a lasciare il cellulare, e che quasi mai degnate di un saluto e tantomeno di un sorriso, non sono delle privilegiate e neppure esponenti di un partito.

Certo non sono neppure martiri che si immolano per il Paese, ma persone di ogni età che danno la loro disponibilità perchè la macchina elettorale possa esistere. I loro compensi non sono un mistero, e state certi che non diventeranno ricchi con 104 euro (130 per i presidenti) che sono appena 5 euro all’ora (stesso compenso da quasi una decina di anni) e che saranno pagati dopo mesi.

Per 130 euro il presidente ha una lista così lunga di rischi penali che in confronto rischierebbe meno a fare una rapina a mano armata.

Sarà un caso che, quando qualche partito ha buttato là la populistica proposta di usare in maniera prioritaria i disoccupati come scrutatori, pochissimi sono andati a iscriversi negli albi comunali.

Non siamo martiri, dicevo, ma pretendiamo rispetto. Domenica (l’esperienza insegna) assisteremo invece alla più totale mancanza di rispetto avallata da partiti e comitati che hanno tanto parlato di costituzione e valori sociali e morali, e poi si dimenticano ogni volta di insegnare un minimo di senso civico.

Per raggranellare qualche voto in più di qua o di là hanno proposto a centinaia di studenti fuori sede di iscriversi come rappresentanti di lista e poter così votare senza dover tornare nel loro luogo di residenza. Un escamotage vecchio di anni.

Il rappresentante di lista è “la persona incaricata di assistere alle operazioni di voto e di scrutinio per conto di un partito, di un candidato che concorre alle elezioni o di un comitato promotore di una consultazione referendaria”. E’ un ruolo specifico e non un modo per votare “a sbafo”.

Questo ai ragazzi che si presenteranno non gliel’ha spiegato nessuno. Non si presenteranno all’apertura del seggio, non si presenteranno allo scrutinio. Avranno anche fretta, così tanta fretta che se gli chiedi di firmare due pagine di verbale ti rispondono stizziti che gli fai perdere l’autobus. O che hanno da studiare, da giocare a tennis o tranquillamente che non hanno tempo da perdere.

Cari partiti e comitati, questo non è rispetto, nè per chi in quel seggio lavora 20 ore mettendoci coscienza, nè per quella costituzione per la quale li avete mandati a votare.

Non ce l’ho con loro, ma con voi che dovreste essere i primi ad insegnare il senso civico. E quindi domenica troveranno un presidente mordace, che gli farà un predicozzo al quale risponderanno a spallucce e sbuffi, ma glielo farà ugualmente, che li costringerà a prendere visione dei registri, che gli farà perdere l’autobus e che poi, perchè così vuole la legge, li farà regolarmente votare.

Gli resterò cordialmente antipatica ma se faccio il presidente da 30 anni lo faccio per senso civico. E quel senso civico glielo vorrò almeno ricordare.

Usa vs Italy: come riusciremmo ad imbrogliare le carte

Non sono un’esperta di elezioni americane ma due o tre cosette mi ricordo di averle studiate.  Intanto negli Stati Uniti si vota di martedì. Non la domenica cercando bene di scegliere il fine settimana più consono alle proprie strategie, ma il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Sempre, da 45 presidenti a questa parte.

E non è che gli elettori si trovano davanti una scheda con scritto Clinton da una parte e Trump da un’altra, bensì due liste di Grandi Elettori, una che fa capo ad un candidato e l’altra all’altro. Ogni stato ha un tot di Grandi Elettori da poter eleggere, proporzionalmente alla popolazione, e sono eletti solo quelli della lista vincente. Può essere quindi che Hilary abbia avuto una caterva di voti in stati fedeli, anche distanziando di molto l’avversario, e poi abbia perso per un soffio in tutti gli altri. In questo caso, come è realmente successo, il numero complessivo dei voti per le liste della Clinton possono anche essere di molto superiori a quello dell’avversario (si dice 40mila), ma la sconfitta anche di un solo voto negli altri stati non le ha permesso di “metterci la bandierina”.

In realtà potremmo anche dire che ad oggi il presidente degli Stati Uniti non è stato ancora eletto, perché lo sarà solo a metà dicembre, quando a votare saranno questi Grandi Elettori. E lo faranno con voto segreto.

Allora: Trump ha guadagnato 306 Grandi Elettori, Clinton 232. La differenza fa 74.

Se si fosse in Italia da oggi a metà dicembre potremmo assistere a 50 Grandi Elettori di Trump che ci ripensano ed entrano nel gruppo misto, 30 che annunciano che al momento della votazione usciranno dall’aula, un’altra ventina pronti a tirar fuori un problema di coscienza per giustificare che si asterranno, una dozzina non si presenteranno proprio perché hanno di meglio da fare.

Allo stesso tempo un consistente gruppo di Grandi Elettori di Hilary Clinton inizierebbe a strizzare l’occhio a Trump per vedere di non restare tra i trombati,  un manipolo di fuoriusciti formerebbe un altro gruppo misto antagonista, la fronda di Ponzio Pilato annuncerebbe di poter decidere solo all’ultimo minuto e così via. In Italia. E per un mese si assisterebbe ad un balletto di compravendita di voti per restare ancora nell’incertezza politica assoluta.

In America no. Trump ha già vinto, Hilary ha già perso.

Hilary non ha calcolato algoritmi fantascientifici per sentenziare che ha vinto anche se ha perso e si è guardata bene da affermare che la sconfitta è solo una vittoria venuta male.

Hilary ha detto che Trump adesso è il suo presidente, ha invitato tutti, anche i delusi, a lavorare insieme per l’America.  Ha anche affermato che Donald Trump dovrà essere accettato da tutti “perché questo rientra nei valori americani”, ed è arrivata ad affermare che “dobbiamo proteggere il nostro nuovo presidente perché per mantenere grande questo paese bisogna lavorare tutti insieme”.

Chapeau, questa è l’America. Noi siamo l’Italia.

Cara Hilary, forse è colpa anche di quel tradimento perdonato

Non sono un’esperta di politica americana e non voglio mettermi a commentare cosa può significare nella politica mondiale l’elezione del parruccato Donald Trump, ma un commento lo voglio fare sulle continue dichiarazioni che la sconfitta di Hilary è stata una sconfitta delle donne.

La politica americana ha sempre pescato a piene mani nelle vicende sentimentali e sessuali di politici e candidati. Se un politico americano andasse a trans, non si aspetterebbe di beccarlo in guepiere per sbandierare ai quattro venti le sue inclinazioni. Nell’America dei lustrini l’approccio a questi scandali è fondamentale e il ruolo della first lady è addirittura simile a quello del marito.

Hilary è donna, ma prima che candidata è stata first lady e nessuno la dimentica in quel ruolo. Come nessuno dimentica la sua faccia da pesce lesso quando si presentò a fianco del marito fedifrago, a sostenerlo mentre annaspava per difendersi dalle barzellette del presidente che si faceva fare sesso dalla stagista sotto il tavolino.

Una moglie che si presta ad una simile umiliazione in mondovisione può farlo solo per non perdere il potere.

Ed allora Hilary non credi che le donne, quelle normali, quelle vere, quelle che fanno i conti con le corna del marito tutti i giorni, non possano apprezzare chi abdica all’amor proprio in nome del potere. E non credi che possano pensare che se sei stata capace di buttar giù quel rospo, tu non sia capace di fare altrettanto anche in questioni politiche, sempre pur di mantenere il tuo potere?

No, la sconfitta della Clinton per me non è stata la sconfitta delle donne. E’ stata la sconfitta di UNA donna che nella sua vita ha messo il potere e il successo davanti alla dignità.

Da parte mia ritengo che ci sia già stata una donna che ha dimostrato che il genere non ha importanza in politica. Margaret Thatcher ha tenuto in pugno il mondo e se il consorte si fosse fatto beccare con la stagista, sarebbe stata capace di incenerirlo con un solo sguardo.