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Succede di tutto: i senesi al massimo scrivono un post

Scrivo solo quando ho veramente qualcosa da dire. Questo giustifica i miei lunghi silenzi, il mio scomparire quando c’è il rischio di scrivere parole per il solo gusto di rileggersi.

Oggi ne avrei da scrivere, non uno ma tre, quattro post. Sembra di essere in un tagadà internazionale, che gira e sbatte e mescola presidenti parruccati con cazzotti nostrani, processi farsa e piaghe d’Egitto, riconoscenza irriconosciuta e solidarietà mal riposta. Divertitevi pure ad associare ogni sintagma ad un avvenimento ed il gioco è fatto.

Eppure la gran parte di ciò un filo logico può averlo. E’ un sentimento che sento da tempo e che mi fa provare disgusto verso quella cosa molliccia che siamo tutti diventati: spettatori polemici e disinformati, mai leoni coraggiosi pronti a combattere. Eppure non erano questi gli italiani, e neppure erano questi i senesi.

Quei senesi, come Cecco delle Fornaci, Giovanni di Monna Tessa, Francesco d’Agnolo detto Barbicone, umili lanaioli che si portarono dietro un popolo nella cacciata dell’allora potere politico. E noi invece siamo qui, giunchi pronti a farsi sbattere da qualunque vento, incapaci di ogni reazione. Perchè almeno una ce ne dovrebbe essere stata, visto quanto siamo stati presi in giro in questi anni.

Di motivi ce ne sono a bizzeffe, tipo veder processare una vedova che chiede troppo insistentemente verità sulla morte del proprio marito. E assistere ad un processo che è basato veramente sul nulla, talmente sul nulla che il pm non riesce a formulare ‘una domanda una’ che appaia pertinente all’accusa.

Sì perchè la procura, che ebbe, ed ancora ha, una fretta boiona di archiviare il caso della morte di David Rossi come suicidio di un persona stressata, trova il tempo (ed il denaro) di accusare la moglie troppo insistente di aver reso pubbliche alcune mail del marito indirizzate ai vertici del Monte. Mail che, prima che sul giornale, sono finite tra i tavoli di cene di contrada. Ora spiegatemi: ti dicono che il tuo marito si è gettato dalla finestra (cinque minuti dopo si è suicidato invece il suo orologio….) e tu non vai a cercare in ogni dove una spiegazione? E non vai a guardare proprio nel suo computer? E se scopri che tuo marito ha più volte scritto mail per chiedere aiuto per risolvere una situazione delicata senza essere preso in considerazione, non prendi e vai sotto casa di chi non l’ha ascoltato, casomai imbracciando un microfono collegato a casse da mega concerto, per urlare al mondo intero cosa pensi di quella persona? E in casi simili perchè, invece che processare la vedova, si è proceduto per istigazione al suicidio? Sempre ammesso che di suicidio si sia trattato.

In effetti trovarsi da vedova-vittima a imputata potrebbe sortire due effetti: calmierare le richieste di giustizia della malcapitata ma allo stesso tempo far indignare una società civile. E in questo secondo caso potrebbe risultare controproducente.

Allora casualmente può venire fuori il piano B, quello di cui i cantori del groviglio sono stati per anni i migliori interpreti: confondere le acque con il Palio. Tanto, pensavano, il senese è un po’ ghiozzo e se gli parli di Palio dimentica tutto… Non potendo correrne uno straordinario, ecco che si pesca dal cilindro quell’indagine che va avanti da ben sedici mesi e che proprio il giorno precedente il processo alla vedova, catalizza l’attenzione della città. Tempismo perfetto. Casuale, ma perfetto.

Ed allora il Palio passa in prima pagina e la vedova cattiva in terza-quarta. I senesi spalancano occhi e bocca, alzano le braccia al cielo… poi si chinano sulla tastiera e danno sfoggio di senesità su Facebook. Ecco a voi i social-indignati.

Non si ritrovano in Piazza, non suonano le campanine per assemblee immediate, non protestano in ventimila davanti al tribunale minacciando di emulare Barbicone. No.

I senesi scrivono un post.

E allora direte cosa c’entrano con questo i presidenti parruccati, le piaghe d’Egitto, la riconoscenza irriconosciuta e la solidarietà mal riposta?

C’entrano. L’indignazione per la città mandata alla malora, la banca affossata, la giustizia imbarazzante, il Palio snaturato è durata lo spazio di qualche post su Facebook, e Siena è lo specchio di un’Italia prona, pronta a farsi fare di tutto senza nessuna reazione.

Come si può sperare che la ricostruzione del terremoto duri meno di quella del Belice (sisma 1968, baracche smontate nel 2006) se finite le edizioni speciali dei Tg si spegne il cervello nello stesso modo che si spegne la tv.

E perchè si inneggia agli eroi pompieri quando rischiano la vita e scavano con le mani con la stessa foga che userebbero se lì sotto ci fosse il proprio figlio, e poi ci si guarda bene da protestare al loro fianco (i pompieri non possono nemmeno scioperare…) quando chiedono che i loro stipendi imbarazzanti vengano rivisti.

Come si può essere tutti Charlie Hebdo un giorno e anti Charlie Hebdo il giorno dopo, quando si scopre che la satira può far male e che di tutta la nostra solidarietà quei redattori se ne infischiano alla grande.

Ah poi c’è il presidente: mezza America non lo vuole, e quell’America è scesa per strada. La maggior parte sono ragazzi e ragazze giovani, non indossano caschi, non sventolano bandiere di partiti, oppongono resistenza pacifica e si fanno arrestare. I nostri non se la sentono proprio di rischiare così tanto: se li mettono dentro rischiano di perdere l’orario dell’aperitivo….

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2017: il campionato mondiale delle critiche distruttive abbia inizio

Lo sport maggiormente praticato, a Siena come in Italia ma penso in tutto il mondo, è criticare. A Siena credo comunque che si sia campioni mondiali della critica priva di costruttività.

Per tutto il giorno ho cercato foto del Capodanno in Piazza del Campo senza riuscire a trovarne. E visto che non esiste festa senza almeno un selfie, pareva quasi che nessuno fosse stato in Piazza.

Poi però trovi sui social lunghe discussioni sulla festa senese, e tutti son pronti a dire la loro, la maggior parte avendo brindato al 2017 in tutt’altra parte. Neppure io c’ero e quindi mi esimo dal valutare se sia stato successo o flop pazzesco, ma una riflessione voglio farla.

In tempi di ricchezza, in famiglia, per Natale si regala il Woolrich, in tempi di povertà ci si accontenta di regalare una sciarpa. Entrambe coprono dal freddo però in modo molto differente, ma se i soldi non ci sono bisogna accontentarsi di tremare.

Siena ha regalato il Woolrich quando poteva, ed adesso bisogna accontentarsi della sciarpa. A chi, casomai senza esserci, afferma che doveva essere organizzato di più, chiedo cosa avrebbe organizzato, con una cifra modestissima, se si fosse trovato a decidere. Perchè la persona che stimo è quella che sa dare idee vere e realizzabili. Dunque? Cosa avrebbe fatto di meglio?

E a chi dice che devono essere i commercianti a pagare, chiedo con quali armi potrebbe estorcere denaro a esercizi commerciali che al novanta per cento sono franchising e non scuciono un euro. A meno che l’idea non sia quella di far ricadere tutta la spesa sul dieci per cento restante, già in forte difficoltà a sopravvivere.

Invece a chi dice che non farebbe niente, e che agogna una Piazza del Campo senza spettacoli, dove poter passeggiare mano nella mano la notte di Capodanno, vorrei chiedere se si è reso conto di quanto questo ne farebbe una città non romantica ma morta e non attrattiva.

Ai moderati che auspicano musica jazz e classica, vorrei chiedere se questa è gratis (e non credo proprio) e quindi per quale motivo spendere per un genere musicale di una elitè che l’ultimo dell’anno preferisce i caldi salotti alla fredda piazza.

Insomma, se non avete un’idea che, conti alla mano, possa essere realizzabile, non distruggete solo per il gusto di vincere il campionato mondiale della critica. Fornite piuttosto, sempre conti alla mano, una ipotesi alternativa. Nell’attesa, accontentiamoci.

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Iustitia, magistratura, politica e colpi di stato

Un tempo, quando la religione era ben radicata, si sperava nella giustizia divina, che prima o poi avrebbe decretato il giusto. Quando poi siamo diventati più filosofici e meno credenti, ci siamo fidati di Confucio e ci siamo seduti lungo la riva del fiume. Ma in entrambi i casi avevamo il fondato convincimento che sopra a tutti c’era, e ci sarebbe stata, Iustitia, dea bendata che in una mano tiene una bilancia e nell’altra una spada. Nella sua alterigia Iustitia appariva lontana dalle cose terrene, protesa solo alla giustizia ultima e suprema.

Mi sa che la povera Iustitia ultimamente sia scesa dal suo piedistallo e se ne vada a giro qua e là come una comune mortale, tirata per la veste e anche pronta a farsi ammaliare da tante sirene. Che, mi sa, devono avere santi importanti in paradiso.

Guardate la povera Raggi. Sia chiaro: a me non mi importa assolutamente a quale partito politico appartenga, ma la sua elezione ha certo scombussolato le carte a parecchi. Ma vi sembra possibile, e soprattutto casuale, che da quando è stata eletta non ci sia stato giorno che uno dei suoi collaboratori non sia finito nelle maglie della giustizia? Un’ecatombe intorno a lei. Basta che una persona si mostri appena disponibile a collaborare con la sua amministrazione e subito scappa fuori uno scheletro dall’armadio. Poi casomai quella persona ha solcato precedentemente centomila altre amministrazioni di altri centomila colori passando indenne ad ogni burrasca, ma come si avvicina alla eterea Virginia, ecco che scappa fuori l’avviso di garanzia, l’indagine, l’arresto. Per il calcolo delle probabilità aveva più possibilità di vincere al Superenalotto che trovarsi circondata da così tanti malfattori.

Ma la vicenda Raggi è solo la punta dell’iceberg di quanto sta avvenendo da tempo in Italia, dove la politica si gestisce a suon di magistratura.

E’ mai possibile (Siena lo dimostra) che fascicoli imbarazzanti, frutto di indagini lunghe mesi, restino a muffire per anni, fino a quando il tutto non cade in prescrizione, pur di evitare sentenze scomode. E’ mai possibile che, quando non si trovano altri modi, politici in declino vengano abbattuti a suon di indagini su seratine private per toglierli di mezzo.

E’ mai possibile che malagestioni evidenti a tutti non vengano prese in considerazione fino a quando politica non voglia, e poi diventino tutto ad un tratto reati inenarrabili se cambia il vento?

Tangentopoli, Mani Pulite, rilette adesso, sono la prima dimostrazione dell’uso politico della magistratura. Non corrotta, ma indirizzata. Non corrotta, ma addomesticata. Pare quasi che ormai si viva in un regime di delirio di onnipotenza da parte della magistratura, capace di indirizzare le sorti di un paese più, e molto oltre, la politica.

Cara dea Iustitia spero che tu possa tornare sul tuo piedistallo, riprendere il tuo ruolo imparziale di fronte alle piccole beghe politiche dei comuni mortali. In caso contrario inizieremo a sentirci vittime di un colpo di stato messo a segno a suon di fascicoli. Che spesso fanno più male delle pallottole.

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Attenzione: presidente di seggio mordace

Domani sarò nuovamente ad attendere l’arrivo del materiale per la costituzione del mio seggio. Sarò nella stessa scuola, probabilmente anche nella stessa aula. Conterò le circa 800 schede, le distribuirò agli scrutatori per firmarle e ricontarle e poi le timbrerò tutte personalmente. 800 timbri in rapida successione come una mitragliatrice. Poi allestirò il seggio, con le urne, i manifesti e tutto l’occorrente per essere pronti, domenica mattina alle 7, ad accogliere i primi votanti.

Resteremo dentro quell’aula 14 ore a segnare documenti, distribuire schede, tenere il conto delle matite, facilitare (e spesso anche tranquillizzare) gli elettori più anziani. Nessuna mensa ci porterà pranzo e cena.

Alle 23 inizieremo lo spoglio, e poi dovremo concludere i verbali. Se tutto va bene andremo a letto alle 2, dopo 17 ore di lavoro (20 in totale con il sabato).

Si è parlato tanto di referendum, ma nessuno che abbia speso una parola per coloro che per fare un referendum, così come qualsiasi tipo di elezione, prestano il loro tempo: i presidenti e gli scrutatori.

Sappiate che quelle persone davanti alle quali spesso sbuffate per aver dovuto attendere cinque minuti, o perchè vi chiedono il documento (come se non sapeste che è necessario), o vi invitano a lasciare il cellulare, e che quasi mai degnate di un saluto e tantomeno di un sorriso, non sono delle privilegiate e neppure esponenti di un partito.

Certo non sono neppure martiri che si immolano per il Paese, ma persone di ogni età che danno la loro disponibilità perchè la macchina elettorale possa esistere. I loro compensi non sono un mistero, e state certi che non diventeranno ricchi con 104 euro (130 per i presidenti) che sono appena 5 euro all’ora (stesso compenso da quasi una decina di anni) e che saranno pagati dopo mesi.

Per 130 euro il presidente ha una lista così lunga di rischi penali che in confronto rischierebbe meno a fare una rapina a mano armata.

Sarà un caso che, quando qualche partito ha buttato là la populistica proposta di usare in maniera prioritaria i disoccupati come scrutatori, pochissimi sono andati a iscriversi negli albi comunali.

Non siamo martiri, dicevo, ma pretendiamo rispetto. Domenica (l’esperienza insegna) assisteremo invece alla più totale mancanza di rispetto avallata da partiti e comitati che hanno tanto parlato di costituzione e valori sociali e morali, e poi si dimenticano ogni volta di insegnare un minimo di senso civico.

Per raggranellare qualche voto in più di qua o di là hanno proposto a centinaia di studenti fuori sede di iscriversi come rappresentanti di lista e poter così votare senza dover tornare nel loro luogo di residenza. Un escamotage vecchio di anni.

Il rappresentante di lista è “la persona incaricata di assistere alle operazioni di voto e di scrutinio per conto di un partito, di un candidato che concorre alle elezioni o di un comitato promotore di una consultazione referendaria”. E’ un ruolo specifico e non un modo per votare “a sbafo”.

Questo ai ragazzi che si presenteranno non gliel’ha spiegato nessuno. Non si presenteranno all’apertura del seggio, non si presenteranno allo scrutinio. Avranno anche fretta, così tanta fretta che se gli chiedi di firmare due pagine di verbale ti rispondono stizziti che gli fai perdere l’autobus. O che hanno da studiare, da giocare a tennis o tranquillamente che non hanno tempo da perdere.

Cari partiti e comitati, questo non è rispetto, nè per chi in quel seggio lavora 20 ore mettendoci coscienza, nè per quella costituzione per la quale li avete mandati a votare.

Non ce l’ho con loro, ma con voi che dovreste essere i primi ad insegnare il senso civico. E quindi domenica troveranno un presidente mordace, che gli farà un predicozzo al quale risponderanno a spallucce e sbuffi, ma glielo farà ugualmente, che li costringerà a prendere visione dei registri, che gli farà perdere l’autobus e che poi, perchè così vuole la legge, li farà regolarmente votare.

Gli resterò cordialmente antipatica ma se faccio il presidente da 30 anni lo faccio per senso civico. E quel senso civico glielo vorrò almeno ricordare.

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Usa vs Italy: come riusciremmo ad imbrogliare le carte

Non sono un’esperta di elezioni americane ma due o tre cosette mi ricordo di averle studiate.  Intanto negli Stati Uniti si vota di martedì. Non la domenica cercando bene di scegliere il fine settimana più consono alle proprie strategie, ma il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Sempre, da 45 presidenti a questa parte.

E non è che gli elettori si trovano davanti una scheda con scritto Clinton da una parte e Trump da un’altra, bensì due liste di Grandi Elettori, una che fa capo ad un candidato e l’altra all’altro. Ogni stato ha un tot di Grandi Elettori da poter eleggere, proporzionalmente alla popolazione, e sono eletti solo quelli della lista vincente. Può essere quindi che Hilary abbia avuto una caterva di voti in stati fedeli, anche distanziando di molto l’avversario, e poi abbia perso per un soffio in tutti gli altri. In questo caso, come è realmente successo, il numero complessivo dei voti per le liste della Clinton possono anche essere di molto superiori a quello dell’avversario (si dice 40mila), ma la sconfitta anche di un solo voto negli altri stati non le ha permesso di “metterci la bandierina”.

In realtà potremmo anche dire che ad oggi il presidente degli Stati Uniti non è stato ancora eletto, perché lo sarà solo a metà dicembre, quando a votare saranno questi Grandi Elettori. E lo faranno con voto segreto.

Allora: Trump ha guadagnato 306 Grandi Elettori, Clinton 232. La differenza fa 74.

Se si fosse in Italia da oggi a metà dicembre potremmo assistere a 50 Grandi Elettori di Trump che ci ripensano ed entrano nel gruppo misto, 30 che annunciano che al momento della votazione usciranno dall’aula, un’altra ventina pronti a tirar fuori un problema di coscienza per giustificare che si asterranno, una dozzina non si presenteranno proprio perché hanno di meglio da fare.

Allo stesso tempo un consistente gruppo di Grandi Elettori di Hilary Clinton inizierebbe a strizzare l’occhio a Trump per vedere di non restare tra i trombati,  un manipolo di fuoriusciti formerebbe un altro gruppo misto antagonista, la fronda di Ponzio Pilato annuncerebbe di poter decidere solo all’ultimo minuto e così via. In Italia. E per un mese si assisterebbe ad un balletto di compravendita di voti per restare ancora nell’incertezza politica assoluta.

In America no. Trump ha già vinto, Hilary ha già perso.

Hilary non ha calcolato algoritmi fantascientifici per sentenziare che ha vinto anche se ha perso e si è guardata bene da affermare che la sconfitta è solo una vittoria venuta male.

Hilary ha detto che Trump adesso è il suo presidente, ha invitato tutti, anche i delusi, a lavorare insieme per l’America.  Ha anche affermato che Donald Trump dovrà essere accettato da tutti “perché questo rientra nei valori americani”, ed è arrivata ad affermare che “dobbiamo proteggere il nostro nuovo presidente perché per mantenere grande questo paese bisogna lavorare tutti insieme”.

Chapeau, questa è l’America. Noi siamo l’Italia.

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Cara Hilary, forse è colpa anche di quel tradimento perdonato

Non sono un’esperta di politica americana e non voglio mettermi a commentare cosa può significare nella politica mondiale l’elezione del parruccato Donald Trump, ma un commento lo voglio fare sulle continue dichiarazioni che la sconfitta di Hilary è stata una sconfitta delle donne.

La politica americana ha sempre pescato a piene mani nelle vicende sentimentali e sessuali di politici e candidati. Se un politico americano andasse a trans, non si aspetterebbe di beccarlo in guepiere per sbandierare ai quattro venti le sue inclinazioni. Nell’America dei lustrini l’approccio a questi scandali è fondamentale e il ruolo della first lady è addirittura simile a quello del marito.

Hilary è donna, ma prima che candidata è stata first lady e nessuno la dimentica in quel ruolo. Come nessuno dimentica la sua faccia da pesce lesso quando si presentò a fianco del marito fedifrago, a sostenerlo mentre annaspava per difendersi dalle barzellette del presidente che si faceva fare sesso dalla stagista sotto il tavolino.

Una moglie che si presta ad una simile umiliazione in mondovisione può farlo solo per non perdere il potere.

Ed allora Hilary non credi che le donne, quelle normali, quelle vere, quelle che fanno i conti con le corna del marito tutti i giorni, non possano apprezzare chi abdica all’amor proprio in nome del potere. E non credi che possano pensare che se sei stata capace di buttar giù quel rospo, tu non sia capace di fare altrettanto anche in questioni politiche, sempre pur di mantenere il tuo potere?

No, la sconfitta della Clinton per me non è stata la sconfitta delle donne. E’ stata la sconfitta di UNA donna che nella sua vita ha messo il potere e il successo davanti alla dignità.

Da parte mia ritengo che ci sia già stata una donna che ha dimostrato che il genere non ha importanza in politica. Margaret Thatcher ha tenuto in pugno il mondo e se il consorte si fosse fatto beccare con la stagista, sarebbe stata capace di incenerirlo con un solo sguardo.

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Street food alla senese: non voglio più sentire i ristoratori lamentarsi

Domani non voglio leggere comunicati ufficiali che parlino del successo dello street food Strade Gialle. Perchè se qualcuno avesse il coraggio di scrivere una cosa del genere vi starebbe dicendo una enorme bugia.

E, avverto subito gli appassionati del “è tutta colpa del sindaco”, questa volta non è proprio colpa dell’amministrazione. E nemmeno dei senesi sempre restii a partecipare. E nemmeno della temperatura, mite e piacevole.

Questa volta la colpa è di chi alla manifestazione ha aderito e poi si è comportato “alla senese”, rendendo tutto un bluff pazzesco: i ristoratori.

L’iniziativa, promossa da Confesercenti e Confcommercio e con il patrocinio del Comune di Siena, era di quelle da applauso: finalmente una serata piacevole, a spasso per le strade della città, a scoprire gusti e sapori, coinvolgendo le attività che così spesso accusano di non far nulla che porti loro introiti.

Nella mappa trenta attività, ognuna con una propria specialità da assaggiare con cartoccio da asporto. Inizio ore 18, in una città strapiena di gente, con bambini mascherati, famiglie al completo con antenne da diavoli, gruppi di ragazzi con i volti dipinti e tanti turisti. C’era da aspettarsi la città trasformata in un’elegante fiera, ovunque luci, banchetti e friggitrici.

Ma dello street food a quell’ora non esiste traccia. E vabbè, sarà presto, ma arrivano le 20 e di banchini nemmeno l’ombra.

Bene, mi sono fatta tutta la città in lungo e largo e più che la delusione è stata la rabbia a spingermi avanti. L’Osteria Babazuf il banchetto ce l’ha, ed anche a tema e divertente. Anche il Morbidi, per il Corso, ha fatto le cose per bene e offre addirittura più pietanze di quelle promesse. Il banchino del lampredotto de Il Sasso in via dei Rossi viene praticamente saccheggiato in poco tempo, e si rimedia con fantasie di affettati e sorrisi. L’assessore Sonia Pallai assicura di aver mangiato una zuppa al Gallo Nero, Marione al Cane e Gatto accoglie con un sorriso, ma per mangiare ottime mozzarelline fritte alla Sosta di Violante sono dovuta entrare e chiedere, cosa che hanno fatto una ventina di altre persone, prima che le ordinazioni degli ospiti ai tavoli prendessero il sopravvento e la preparazione di mozzarelline cessasse.

Per il resto il nulla, anzi peggio. Le tante persone che si aggiravano con volantini in mano a caccia di piatti, in più occasioni sono state trattate anche malamente. In Camollia qualcuno, entrando in un ristorante segnalato nella mappa, si è sentito dire che non potevano perdere tempo con i pici da asporto. L’acquolina in bocca per i bomboloni caldi è stato detto che andava rinviata a dopo le 22. L’aria elegante e assolutamente Street di un locale non invogliava certo ad entrare a chiedere un cartoccio di polpo all’inferno e in un’osteria un tavolo abbandonato e senza nulla eccetto un foglietto spillato davanti, non dava a intendere che la ribollita fosse lì pronta per il degustatore di passaggio.

Insomma, dei trenta ristoratori che dovevano vendere cibo da asporto per strada, appena una decina si erano organizzati in tal senso, e gli altri venti erano chiaramente scocciati dalle richieste di clienti dello Street Food trattati come questuanti.

Sono tornata a casa e mi sono fatta un piatto di pasta.

Carissimi ristoratori qualcuno si è sbattuto per inventare una iniziativa per voi, qualcuno vi ha chiesto l’adesione, voi l’avete data e l’avete (e ci avete) preso per le mele. Sono stati spesi dei soldi per stampare volantini e per fare pubblicità.

La prossima volta, quando vi lamentate di qualcosa, non vi stupite se la risposta sarà la stessa che voi avete dato alla città.

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Una app può tutto: dalla caccia ai pokemon alle torri d’Italia

Quando in piena estate persone di ogni età si aggiravano per le strade armati di smartphone a caccia di pupazzetti, ho voluto anch’io scaricare la app dei pokemon. E al di là della corsa in mezzo di strada a catturare Dragonair o  Pikachu, quello che ho notato di più sono le immense potenzialità di questo stupido giochetto, capace di portarti a cercare un particolare, un monumento, un angolo della città che mai prima avevi notato. E così, insieme a  Pikachu, imparavi qualcosa della tua città. Una potenzialità subito percepita anche dai negozi, che hanno fatto a gara (e hanno anche speso) per vedersi svolazzare intorno un mostriciattolo: chissà che tra una caccia e l’altra, ti venga mai l’idea di comprarti proprio quel gelato o quella maglietta ultimo modello…

In questi giorni su Facebook sta circolando un tormentone chiamato #letorriditalia (letorriditalia). Ed ho capito che davvero un procedimento simile a quello dei pokemon tra breve potrebbe evolversi in qualcosa di turisticamente utile.

Si fa tanto parlare di turismo e di come renderlo al passo con i tempi. Fino ad oggi le app turistiche sono state utilizzate in maniera ormai arcaica: cerchi il nome della città e ti trovi una specie di Lonely Planet riassunta nel tuo telefonino. In un mondo dove tutto deve essere veloce, dove si preferisce la caccia (al pokemon) che la pesca (che vuole pazienza), bisogna inventarsi qualcosa di nuovo per far sì che i turisti alzino la testa dal cellulare per guardare anche oltre. Io credo che non debba essere sottovalutato niente che tende al nuovo e che anche una app diversa possa dare un contributo alla causa del nuovo modo di essere turista. E così chissà che la caccia turistica dalle torri non diventi virale….

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Difendiamo un Monte dei Paschi che di Siena non ha più nulla

I senesi mi appaiono sempre più come il famoso fedelissimo soldato russo lasciato a guardia di un fusto vuoto di carburante, dimenticato al suo compito anche anni dopo che la guerra era finita. Che tutti lo abbiamo pensato ligio al suo dovere fino a diventare patetico. Da barzelletta.

Ecco, i senesi mi sembrano proprio così, ancora a montare la guardia ad un bidone la cui difesa non servirà a vincere nessuna guerra, patetici in una guerra già persa.

Quel fusto vuoto è il Monte dei Paschi, che solo per affetto chiamiamo ancora “di Siena”.

Siamo realisti: è solo orgoglio quello che ci fa restare attaccati ad una banca che di nostro non ha proprio più nulla, a parte la sede storica, elegante facciata e nulla più.

Non sto qui a parlare di termini finanziari che i più fingono di capire giusto il tempo di una conversazione con qualche esperto che ci rimbambisce con un rosario di acronimi pronunciati all’inglese. Parlo della nostra vecchia cara banca, quella che per i senesi era Babbo Monte. Quella dove fino al ’76 entravi in tre modi: per raccomandazione, per chiamata diretta se avevi preso il massimo alla maturità al Bandini, o lasciando la scuola a quarta superiore, trovando la spinta per entrare impiegato di seconda o commesso e poi prendevi il diploma da privatista per passare tra gli impiegati di prima. Se aspiravi a qualcosa di più ti laureavi in scienze economiche e bancarie, o in legge per entrare all’ufficio legale.

Poi dal ’79 arrivarono i concorsi. Il primo fu un’infornata pazzesca: essere di Siena o Grosseto, o essere figlio di dipendente ti dava una corsia preferenziale, perchè per il resto del mondo i posti a disposizione erano una inezia. Partirono tutti con la valigia, per un pendolarismo settimanale durato anni. I più fortunati/raccomandati andavano a Roma, ma a Napoli e Milano c’erano intere colonie di senesi, e qualcuno finì anche ad Athena Lucana.

Per un lungo periodo, quasi ogni anno, il concorso faceva sparire da Siena intere generazioni, che poi si ritrovavano per il Corso il sabato e la domenica.

Allora l’orario era 8,15-13,30 e 15-17,15. Per tutti indistintamente. Per la pausa pranzo non c’erano i buoni pasto, si andava a mangiare a casa e c’era anche il tempo per una pennichella.

Potevi far carriera anche se eri ragioniere e diventare pure una figura apicale (come si dice oggi) se avevi qualche aggancio politico. Ed il direttore generale abitava a Siena con tutta la famiglia, e andava a prendere i figli a scuola il sabato mattina.

E’ rimasto così a lungo a Babbo Monte, e nel ’72, per il quinto centenario del Monte dei Paschi, i dipendenti facevano gli straordinari per preparare i festeggiamenti con la stessa dedizione e lo stesso orgoglio di una festa di famiglia.

Poi, a inizi anni ’90, sono iniziate le prime assunzioni di piccoli geni, usciti con il massimo dei voti (ma a volte anche no) da università importanti, inseriti subito come funzionari, saltando la trafila di impiegato di prima, caporeparto, vicecapoufficio, capoufficio e stage che di solito ti consumava una ventina d’anni, se non eri nelle grazie di qualcuno.

Quando è iniziato il crollo, tutto è cambiato. Sono cambiate le qualifiche, sono cambiate le assunzioni ed anche gli orari di lavoro. Sono diminuiti i dirigenti (e con loro anche le mogli che facevano acquisti nei negozi più costosi) e sono arrivati i manager, che a Siena si guardano bene dall’abitare con la famiglia. Gli ultimi scampoli di apicali senesi si sono conquistati la loro fetta di notorietà facendo più i dirigenti di contrada che i dirigenti di banca.

E adesso che la banca va a rotoli, di senese non c’è rimasto più nulla. Il Monte dei Paschi, o quello che ne resta, è stato consegnato a tutto il resto del paese, Siena esclusa. Vabbè, ce la siamo anche voluta, ma continuare a difendere il bidone è solo da romantici.

Ai manager della città-Siena non importa un bel nulla, e probabilmente la trovano anche provinciale e noiosa. Figurarsi se pensano di trasferirci la famiglia. Adesso le riunioni del consiglio di amministrazione si tengono a Milano, le conferenze con il giornalista di provincia sono state soppiantate dalle conference call (sapete come funzionano? chiami il numero di telefono che ti viene fornito e ascolti un quasi monologo, presenti solo giornalistoni espertissimi).

Le figure apicali ti vengono calate dall’alto, non le vedrai mai per il Corso e le mogli non faranno mai acquisti dal Cortecci. Con sigle incomprensibili (Cfo che sta per Chief Financial Officer, oppure Cco che sta per Chief Commercial Officer e così via, e ti chiedi cosa cavolo fanno in realtà) ti stilano un elenco di nomi nessuno dei quali ha un legame con la città di Siena ma tutti quanti con grandi esperienze anche all’estero. Insomma, a Siena non c’è un bancario intelligente, questa è la morale.

La politica di questi manager non guarda certo alla città, che da parte sua si è mangiata anche la Fondazione, ultimo baluardo a difesa della senesità e che per qualche decennio ha beneficiato di doccia di denaro a favore di chi furbamente ne ha saputo approfittare. E sono solo una manciata di fumo negli occhi i 50mila euro a contrada, tanto simili alle brioches di Maria Antonietta. Adesso anche i sindacalisti senesi, che erano delle potenze, sono solo piccoli personaggi rubati alla redditività. Si tratta ad altri livelli, non certo a quelli cittadini.

E quelle trecento assunzioni che ora ci fanno baluginare, c’è da scommettere che non serviranno a risolvere il problema della disoccupazione giovanile senese. Non saranno trecento posti per senesi, grossetani e figli di dipendenti, come in passato, non saranno il posto fisso tanto agognato, casomai alla cassa dell’agenzia 2 come per trent’anni è stato Luciano Valigi. Saranno in parte copertura di percentuali di categorie protette disattese dopo le esternalizzazioni, poi qualche piccolo genio in ruoli ben definiti, ed una manciata di posti a livello nazionale.

Ed allora, senesi, viene davvero da pensare che ormai stiamo difendendo solo un bidone.

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Rubi? “Cattivone non si fa, ma ti lascio libero”

Qualcuno potrà dire che su questa storia della sicurezza mi ci sono un po’ fissata. Eh sì, vi assicuro che è vero.

Non sopporto proprio che siano fornite notizie solo e soltanto se c’è da farsi belli e che dei furti siano addirittura gli stessi derubati a dover mettere a conoscenza i giornalisti (anzi, colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che mi contattano per segnalarmeli, e vi assicuro che ogni giorno sono di più coloro che lo fanno).

Non sopporto però nemmeno che della sicurezza si chieda conto alle persone sbagliate e se ne faccia argomento solo per attacchi politici. Mi spiego meglio. Il sindaco in persona non può pattugliare le strade, il sindaco in persona non può controllare le nostre case, il sindaco in persona non può inseguire i ladri, il sindaco in persona non può cacciare i mendicanti.

Il sindaco DEVE invece usare la sua autorità per far sì che facciano ciò le forze dell’ordine preposte. Ma anche in questo caso non ho nulla da imputare a quegli uomini in divisa che, per stipendi minimi, sono chiamati a mettere a repentaglio la loro vita.

Ed allora, se non è colpa del sindaco, se non è colpa dei carabinieri, se non è colpa della polizia e dei vigili urbani, questa colpa di chi è?

Della legge. Di quella legge garantista contro la quale nessuno scende in piazza a protestare, quella legge che lega le mani delle forze dell’ordine molto più di quanto lo facciano le manette ai polsi dei delinquenti.

La notte scorsa tre malviventi hanno cercato di entrare in una casa. I carabinieri si sono messi all’inseguimento, hanno pigiato sull’acceleratore lungo strade piene di curve mettendo a rischio anche la propria vita. Quando l’auto dei delinquenti è uscita di strada si sono dati all’inseguimento nel buio della notte a piedi per i campi, senza sapere se i malviventi fossero armati e se fossero pronti a sparare.

Su tre ne hanno preso uno, l’hanno caricato in macchina e portato alla centrale. Come è finita: “Cattivone, birbo, birbo birbo. Prometti che non lo fai più”: non hanno potuto far altro che questo, perchè loro devono rispettare la legge, e la legge dice che per un reato di tentato furto non si va oltre alla denuncia. Quindi l’hanno accompagnato alla porta e con una pacca sulla spalla l’hanno rimandato a proseguire la sua professione.

Come si saranno sentiti quei carabinieri? E cosa dovrebbe fare in quel momento un sindaco?

Siamo tutti bravi a buttar giù ricette per la sicurezza dando l’incombenza agli altri di farne pietanza, ma quanti comitati sono nati a Siena per fare azioni concrete e di piazza contro le leggi garantiste? Nessuno. I comitati che nascono sono solo per difendere il proprio orticello, la propria strada, meglio ancora il proprio pianerottolo.

Chi parla di armarsi, chi si dice pronto a sparare se trova il ladro in casa, non è altrettanto pronto a metterci la faccia e scendere in piazza a manifestare pubblicamente. Iniziamo a dar vita ad un comitato senza bandiere, uniamoci a comitati (sempre senza bandiere) di altre città, in una catena che diventi così forte e potente da poter smuovere, dall’esterno, la politica. Cambiamo le leggi e pretendiamo che se ti colgo con le dita nella marmellata (ma anche se ti becco a svitare il tappo) ti metto dentro e butto via la chiave. Manca la certezza della pena, ma la politica è occupata ad accapigliarsi su un sì o un no.

Ed allora, se a questa sicurezza ci teniamo davvero, che sia il popolo a fare la sua rivoluzione, pacifica ma determinata.

Un ultimo pensierino (e no…, ps lo usano tutti e non voglio copiare…) per il sindaco Bruno Valentini che ha attinto a piene mani da questo blog per rispondere ad una interrogazione: queste sono considerazioni ed esperienze personali, condivise e condivisibili più o meno. Non c’è copyright, ma elevarle a documento dimostrativo di una tesi potrebbe essere motivo di orgoglio per qualcuno, ma non per me.