Pericolosa escalation: a Siena non si dicono i furti, a Roma siamo arrivati a non dare notizia degli omicidi

Sarò come la particella di sodio dell’acqua Lete, sarò (spero di no…) Cassandra, ma a me inquieta quando si inizia a tacere. E di quanto possano essere pericolosi i silenzi a Siena lo dovremmo aver imparato.

Ormai da molto tempo nella nostra si omette di dare notizia dei furti, piccoli o grandi che siano, o di persone fermate con armi in luoghi frequentati (all’Uncinello i negozianti raccontano di un episodio recentissimo mai venuto alla luce), o di piccole rapine e borseggi.

Non è colpa dei comunicatori di polizia e carabinieri. Loro eseguono precise indicazioni dei magistrati e probabilmente anche la politica, quella di maggioranza ritengo, preferisce che certe “notiziole” non vengano rese pubbliche, nell’ottica del far apparire che va tutto bene. Ma a me, lo ripeto, questo inquieta, perchè non si sa mai dove inizino e dove finiscano i silenzi.

L’esempio ci viene da Roma, dove i cronisti capitolini di questi silenzi si sono finalmente arrabbiati. Perchè dopo i furti, è stato taciuto addirittura un omicidio.

E scrivono: “A Roma si uccide e nessuno lo sa. L’ultimo clamoroso episodio di un’informazione differita è l’efferato omicidio  a colpi di fucile al camping  di Castel di Guido  del quale l’ufficio stampa della questura capitolina non ha dato alla stampa e quindi all’opinione pubblica, ma  dai giornali è stato reso noto solo grazie a informazioni uscite da ambienti giudiziari. Un presunto colpevole è stato individuato e arrestato. Ma dei delitti e della sicurezza in città – scrivono i giornalisti – non si deve venire a conoscenza solo per i casi risolti o che si presume siano risolti“.

E i cronisti romani proseguono: “I cittadini devono essere informati altrimenti si  rischia di creare uno strappo democratico con gravi violazioni al diritto d’informazione. I cronisti non violano segreti istruttori ma raccontano  i fatti storici dei quali non si può e non si deve rinunciare alla divulgazione e che non c’entrano con la violazione dei segreti d’indagine. Il sindacato cronisti romani chiede che si recuperi il rapporto di un tempo tra forze dell’ordine e giornalisti rispettosi delle regole di deontologia professionale, perché questa è una necessità vitale quanto banale: i cittadini hanno il diritto di sapere. Ognuno fa il suo lavoro, e la parola chiave è correttezza, che però  è cosa diversa da compiacenza”.

A questo la questura di Roma risponde: “La Polizia ha doverosamente rispettato l’indicazione dell’autorità giudiziaria che, intervenuta sul posto, aveva ritenuto di indicare alle forze dell’ordine l’esigenza dell’assoluto riserbo stante la delicatezza dell’indagine”.

Ma i cronisti non ci stanno e giustamente ribattono: “Non si possono confondere le indagini con un omicidio. Un omicidio è un fatto di interesse pubblico, oppure dobbiamo pensare che a Roma uccidere sia la normalità? Il fatto di dare la notizia di un omicidio non significa interferire con le indagini. La questura avrebbe dovuto comunicare la notizia alla stampa proprio per quei principi di trasparenza che tutti siamo convinti debbano essere la bussola di forze dell’ordine come dei giornalisti. L’arrestato sapeva benissimo che la polizia era giunta sul posto e stava indagando sulla vicenda.  La notizia di un fatto grave come un omicidio non può essere differita. I cittadini hanno diritto di sapere, i giornalisti di informare“.

E’ vero, anche gli autori dei furti senesi sanno benissimo che le forze dell’ordine stanno indagando. Nessuno chiede particolari che possano interferire con le indagini, ma l’opinione pubblica, i lettori, hanno il diritto di essere a conoscenza del fatto e di sapere cosa avviene nella propria città.

Il riserbo è cosa differente dal tacere la sostanza. Con il rischio, ancora più grave ritengo, che il giornalista faccia il suo mestiere e dia autonomamente la notizia di ciò di cui è venuto a conoscenza, casomai con particolari o inesattezze che davvero potrebbero compromettere le indagini.

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