Difendiamo un Monte dei Paschi che di Siena non ha più nulla

I senesi mi appaiono sempre più come il famoso fedelissimo soldato russo lasciato a guardia di un fusto vuoto di carburante, dimenticato al suo compito anche anni dopo che la guerra era finita. Che tutti lo abbiamo pensato ligio al suo dovere fino a diventare patetico. Da barzelletta.

Ecco, i senesi mi sembrano proprio così, ancora a montare la guardia ad un bidone la cui difesa non servirà a vincere nessuna guerra, patetici in una guerra già persa.

Quel fusto vuoto è il Monte dei Paschi, che solo per affetto chiamiamo ancora “di Siena”.

Siamo realisti: è solo orgoglio quello che ci fa restare attaccati ad una banca che di nostro non ha proprio più nulla, a parte la sede storica, elegante facciata e nulla più.

Non sto qui a parlare di termini finanziari che i più fingono di capire giusto il tempo di una conversazione con qualche esperto che ci rimbambisce con un rosario di acronimi pronunciati all’inglese. Parlo della nostra vecchia cara banca, quella che per i senesi era Babbo Monte. Quella dove fino al ’76 entravi in tre modi: per raccomandazione, per chiamata diretta se avevi preso il massimo alla maturità al Bandini, o lasciando la scuola a quarta superiore, trovando la spinta per entrare impiegato di seconda o commesso e poi prendevi il diploma da privatista per passare tra gli impiegati di prima. Se aspiravi a qualcosa di più ti laureavi in scienze economiche e bancarie, o in legge per entrare all’ufficio legale.

Poi dal ’79 arrivarono i concorsi. Il primo fu un’infornata pazzesca: essere di Siena o Grosseto, o essere figlio di dipendente ti dava una corsia preferenziale, perchè per il resto del mondo i posti a disposizione erano una inezia. Partirono tutti con la valigia, per un pendolarismo settimanale durato anni. I più fortunati/raccomandati andavano a Roma, ma a Napoli e Milano c’erano intere colonie di senesi, e qualcuno finì anche ad Athena Lucana.

Per un lungo periodo, quasi ogni anno, il concorso faceva sparire da Siena intere generazioni, che poi si ritrovavano per il Corso il sabato e la domenica.

Allora l’orario era 8,15-13,30 e 15-17,15. Per tutti indistintamente. Per la pausa pranzo non c’erano i buoni pasto, si andava a mangiare a casa e c’era anche il tempo per una pennichella.

Potevi far carriera anche se eri ragioniere e diventare pure una figura apicale (come si dice oggi) se avevi qualche aggancio politico. Ed il direttore generale abitava a Siena con tutta la famiglia, e andava a prendere i figli a scuola il sabato mattina.

E’ rimasto così a lungo a Babbo Monte, e nel ’72, per il quinto centenario del Monte dei Paschi, i dipendenti facevano gli straordinari per preparare i festeggiamenti con la stessa dedizione e lo stesso orgoglio di una festa di famiglia.

Poi, a inizi anni ’90, sono iniziate le prime assunzioni di piccoli geni, usciti con il massimo dei voti (ma a volte anche no) da università importanti, inseriti subito come funzionari, saltando la trafila di impiegato di prima, caporeparto, vicecapoufficio, capoufficio e stage che di solito ti consumava una ventina d’anni, se non eri nelle grazie di qualcuno.

Quando è iniziato il crollo, tutto è cambiato. Sono cambiate le qualifiche, sono cambiate le assunzioni ed anche gli orari di lavoro. Sono diminuiti i dirigenti (e con loro anche le mogli che facevano acquisti nei negozi più costosi) e sono arrivati i manager, che a Siena si guardano bene dall’abitare con la famiglia. Gli ultimi scampoli di apicali senesi si sono conquistati la loro fetta di notorietà facendo più i dirigenti di contrada che i dirigenti di banca.

E adesso che la banca va a rotoli, di senese non c’è rimasto più nulla. Il Monte dei Paschi, o quello che ne resta, è stato consegnato a tutto il resto del paese, Siena esclusa. Vabbè, ce la siamo anche voluta, ma continuare a difendere il bidone è solo da romantici.

Ai manager della città-Siena non importa un bel nulla, e probabilmente la trovano anche provinciale e noiosa. Figurarsi se pensano di trasferirci la famiglia. Adesso le riunioni del consiglio di amministrazione si tengono a Milano, le conferenze con il giornalista di provincia sono state soppiantate dalle conference call (sapete come funzionano? chiami il numero di telefono che ti viene fornito e ascolti un quasi monologo, presenti solo giornalistoni espertissimi).

Le figure apicali ti vengono calate dall’alto, non le vedrai mai per il Corso e le mogli non faranno mai acquisti dal Cortecci. Con sigle incomprensibili (Cfo che sta per Chief Financial Officer, oppure Cco che sta per Chief Commercial Officer e così via, e ti chiedi cosa cavolo fanno in realtà) ti stilano un elenco di nomi nessuno dei quali ha un legame con la città di Siena ma tutti quanti con grandi esperienze anche all’estero. Insomma, a Siena non c’è un bancario intelligente, questa è la morale.

La politica di questi manager non guarda certo alla città, che da parte sua si è mangiata anche la Fondazione, ultimo baluardo a difesa della senesità e che per qualche decennio ha beneficiato di doccia di denaro a favore di chi furbamente ne ha saputo approfittare. E sono solo una manciata di fumo negli occhi i 50mila euro a contrada, tanto simili alle brioches di Maria Antonietta. Adesso anche i sindacalisti senesi, che erano delle potenze, sono solo piccoli personaggi rubati alla redditività. Si tratta ad altri livelli, non certo a quelli cittadini.

E quelle trecento assunzioni che ora ci fanno baluginare, c’è da scommettere che non serviranno a risolvere il problema della disoccupazione giovanile senese. Non saranno trecento posti per senesi, grossetani e figli di dipendenti, come in passato, non saranno il posto fisso tanto agognato, casomai alla cassa dell’agenzia 2 come per trent’anni è stato Luciano Valigi. Saranno in parte copertura di percentuali di categorie protette disattese dopo le esternalizzazioni, poi qualche piccolo genio in ruoli ben definiti, ed una manciata di posti a livello nazionale.

Ed allora, senesi, viene davvero da pensare che ormai stiamo difendendo solo un bidone.

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