Sbeffeggiata dai ciclisti che scorrazzano per il Corso

Ore 11,25, piazza Tolomei. Un gruppo di ciclisti con maglie piene zeppe di sponsorizzazioni percorre via del Moro in controsenso, sbuca in piazza Tolomei e gira per Banchi di Sopra verso piazza Matteotti. Tutti rigorosamente in sella alle loro bici. Nella svolta uno dei ciclisti colpisce un passante. Giusto il tempo di farsi mandare a quel paese e il ciclista riparte pedalando.

Ore 13, Casin dei Nobili, in piena Y storica. Un gruppo di ciclisti con maglie piene zeppe di sponsorizzazioni percorre Banchi di Sopra verso piazza del Campo zigzagando tra i passanti. Sono una rompipalle nata e non so stare zitta. Mentre passano gli dico: “E’ vietato…”. Il ciclista mi guarda con risolino beffardo e prosegue.

Il gruppo si ferma davanti al Casin dei Nobili per decidere dove altro girovagare. Li raggiungo e spiego che su questa strada non si può andare in bici. Esiste il divieto. Davanti ad un buon numero di testimoni il gruppo mi apostrofa dicendo di farmi gli affari miei, mi chiede a presa in giro se come lavoro faccio quello di rompere i coglioni a tutti coloro che buttano una carta in terra. Fanno ironia, anzi si sentono offesi, quando dico che le scorribande per le vie centrali sono vietate.

E dicono anche che non hanno visto nessun divieto, che da nessuna parte è scritto che a Siena non si possa viaggiare in bici per le vie del centro, e che tanto non hanno trovato nessun vigile e che l’unica rompi palle sono io.

Certo non sto zitta, e replico che io, se vado in un’altra città e qualcuno mi fa presente che sto contravvenendo a qualcosa, da persona civile ed educata mi scuso e provvedo a mettermi in regola. Come parlare al vento: un colpo di pedale e via, in giù verso Banchi di Sotto, sghignazzando come matti indicandomi un’altra coppia di ciclisti che passa tranquilla.

Ho vissuto in città dove la cultura della bicicletta è radicata. Dove si fa tutto in bici, e la usavo anche io. Da nessuna parte ho visto una tolleranza simile nei confronti di chi contravviene ai divieti. In nessuna di queste città qualcuno si sognerebbe di pedalare per il centro e sentirsi in diritto di farlo. Ovunque si scende e si spinge la bici a mano.

Non odio i ciclisti, odio che per dare l’immagine di una città smart si permettano simili comportamenti. E non do tutta la colpa ai ciclisti maleducati. Di una cosa hanno ragione: siccome loro sono duri, bisogna mettere una segnaletica più chiara. Il divieto di andare in bici è solo all’inizio del Corso, quando siamo già in piazza Salimbeni. Ed è addirittura un cartello più piccolo di quelli usuali. Dagli altri accessi il divieto è generico. Ripeto: sono duri, quindi mettiamo cartelli specifici anche all’arco dei Rossi, agli accessi dai vicoli di via dei Termini, in piazza Tolomei….

A meno che l’intento non sia proprio quello di voler tollerare questi comportamenti. E un vigile per il Corso teniamocelo ogni tanto, anche se ho la prova certa che anche loro hanno difficoltà ad inseguire a piedi chi pedala a velocità e non ha nessuna intenzione di fermarsi.

Di una cosa, politici tutti, siate certi: ai senesi questi comportamenti non piacciono. A tollerarli guadagnerete un posto in paradiso da parte dei ciclisti, ma perderete un bel po’ di laicissimi voti da parte dei senesi.

Annunci

Troppo facile multare gli anziani

In una città dove a scrivere spesso si rischia di ripetere sempre le stesse cose, dove non ci si indigna per una giustizia che fa melina sui problemi che hanno distrutto la città, dove si evita di esporsi anche solo con una firma quando c’è da protestare, ben venga l’indignazione popolare per la multa alla nonnina trasgreditrice.

La sua spiacevole avventura è il simbolo di quanto la città, ma anche il mondo, sia cambiato. Un tempo l’anziana che tutti i giorni va a dare un saluto al marito defunto, poi fa la spesa, scendendo un attimo dall’autobus per comprare in centro anche il baccalà buono (che domani è venerdì ed è vigilia), sarebbe stata salutata cortesemente alla sua salita in autobus, dal bigliettaio e dall’autista. I quali, probabilmente, altrettanto cortesemente, le avrebbero ricordato che il suo biglietto era in scadenza. O avrebbero chiuso un occhio, per quattro minuti di ritardo, ben sapendo che spesso l’utente ne sopporta parecchi di più, senza per questo poter multare nessuno. Va beh, tornare a quei tempi è utopia, ma allora, in questa anestesia di valori, si usi almeno la giustizia.

Non sono una frequentatrice di autobus, ma come tutti assisto alla pantomima dei controllori che scendono dal mezzo accompagnati da gruppetti di stranieri di ogni genere, dagli studenti fricchettoni, ai post figli dei fiori, dai rom ai rifugiati, tutti rigorosamente privi di biglietto, e impiegano ore a cercare documenti inesistenti e a redigere verbali di gruppo che probabilmente finiranno nei cessi.

Ci dica Tiemme, che ha preferito non commentare l’accaduto, quante di quelle multe verranno pagate. Ho il dubbio che il numero sia molto, molto minore rispetto a quelle elevate. Ed allora è facile accanirsi contro l’anziano onesto e indifeso, quello che piuttosto che subire l’umiliazione della multa davanti a tutti, ne avrebbe pagati anche tre di biglietti. Una bella dimostrazione che le regole sono regole, e che diamine.

Deve essere stata una bella soddisfazione riscuoterli subito quei 42 euro.

I controllori hanno fatto il loro lavoro. Bene: adesso però mi piacerebbe vedere che l’azienda di trasporti “locale” fa il bel gesto di dare alla signora un biglietto gratis per ogni volta che ha aspettato paziente alla fermata un autobus arrivato con più di cinque minuti di ritardo.

Perchè l’inflessibilità va bene, ma allora che sia reciproca.