Coronavirus, quando a Sarajevo sparavano i cecchini

Era il 1995 e a Sarajevo c’era la guerra. Quella vera, dove si spara. Dai grattacieli della Ulica Zmaja od Bosne, una delle vie principali della città, decine di cecchini sparavano su chiunque passasse. Non importa chi fossero: uomini, donne, anche bambini. Non sapevano da dove provenisse il colpo che li colpiva. Così morirono 225 persone, tra le quali 60 bambini. Ne furono ferite 1.030. In una sola strada.

Cosa c’entra Sarajevo con il Coronavirus? Al tempo guardavo le immagini cercando di immedesimarmi nelle persone che per necessità attraversavano quella strada ben sapendo che rischiavano la vita. E che sapevano benissimo che a metà sarebbero potute non esistere più. Una roulette russa. Eppure dovevano attraversare quella strada.

Il Coronavirus mi dà la stessa sensazione.

Le strade deserte, le attività sospese, i locali chiusi, come in una guerra. Anzi di più. In guerra la gente si rifugia in chiesa a pregare. Il Coronavirus ha fatto sospendere anche le messe, i matrimoni, i funerali.

Siamo in guerra contro un cecchino che nessuno riesce a vedere e a fermare. Non sappiamo da dove arriva il suo tiro: dal passante che incrociamo? Dalla maniglia che tocchiamo? Dall’involucro della confezione di biscotti che compriamo? Dall’aria che respiriamo in una stanza?

Restare barricati in casa sarebbe l’unica soluzione. Così come sembrava facile, a noi lontani, non attraversare proprio Ulica Zmaja od Bosne. Ma dobbiamo lavorare, comprare il pane, rifornirci di alimenti. Insomma dobbiamo attraversare quella strada.

E così guardiamo con sospetto ogni persona, perchè potrebbe avere un amico dell’amico che è entrato in contatto con il cecchino, in un domino pazzesco dal quale proteggersi pare impossibile. E così ci sentiamo tutti i sintomi possibili, uno starnuto ci fa pensare ad una condanna, ci proviamo dieci volte al giorno la febbre, ben sapendo che se quel termometro sale vuol dire che ormai il cecchino ti ha beccato. Quindi a che serve provarsela… ma lo facciamo ugualmente.

Non giudico il comportamento di nessuno. Riesco a capire anche i folli in fuga dalla zona rossa, perché restare li fa sentire come i passeggeri del treno del film di Cassandra Crossing. Molto meno capisco le centinaia di persone che si accalcano agli impianti di risalita delle piste di sci, i giovani che continuano a fare movida scambiando l’emergenza per vacanze, o i loro genitori che non li tengono in casa.