Distanziamento: negozi chiusi ma in 50 sul bus

Queste foto sono state scattate con Siena già in zona rossa, tra domenica e lunedì in Piazza Gramsci. Mentre i negozi di abbigliamento per adulti e di souvenir, che avevano già gli ingressi limitati ad una persona per ogni dieci metri quadrati, sono chiusi perchè ritenuti veicolo di contagio, sui bus si può viaggiare fino a 55 persone. In un Pollicino se ne possono stipare 22, 47 sugli autobus blu, 55 sui pullman. Tutti belli stretti, stretti, a respirare per parecchi minuti immobili gli uni vicini agli altri. Casomai starnutendo…

Piazza del Campo: il cocktail alla faccia del Covid

Qualcuno tirerà fuori la prospettiva fotografica, lo zoom che restringe o chissà quale scusa. La realtà è che centinaia di giovani si sono allegramente ritrovati in Piazza del Campo per una movida anticipata.

Possibile che non si riesca a far capire che, dopo aver fatto le vacanze in Croazia, le notti in discoteca in Sardegna, le giornate di mare sulla costa, almeno adesso potrebbero uniformarsi al vivere civile?

Possibile che non capiscano, e che le loro famiglie non riescano a fargli capire, che tutta una nazione rischia di essere ancora ostaggio della loro superficialità?

Avere 90 anni al tempo del Covid: il medico che non risponde, la banca che non apre

Forse il Governatore della Liguria Giovanni Toti ha solo avuto il coraggio di ammetterlo: “I decessi riguardano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”. Forse le sue parole non sono molto lontane da un pensiero comune. Altrimenti non si capisce come possa essere trattato un novantenne in questa fase di parziale lockdown.

Quella che racconto è una vicenda che mi tocca da vicino, altrimenti avrei prese per buone una lunga serie di dichiarazioni su giudiziose ma lungimiranti procedure.

Mio padre ha brillantemente superato i 90 anni e non ha nulla della persona “non indispensabile allo sforzo produttivo”, fosse solo per le attività, con fini ludici ma anche benèfici, che ha continuato a organizzare fino a quando il Covid non ci ha ristretti in casa. Con mia mamma si sono diligentemente autoisolati, limitando le uscite alle sole necessità improrogabili e utilizzando i dispositivi di prevenzione.

E’ perfettamente informato su Dpcm e amenità varie, spippola su internet e si tiene in contatto con i numerosi amici. Se dire “90 anni” vi fa venire in mente il classico vecchietto con bastone, ecco, scordatevelo. Non vuole rischiare ma vuole anche vivere, nel senso più ampio del termine.

Per fare ciò vuole sottoporsi, come da una quindicina di anni a questa parte, al vaccino influenzale, peraltro raccomandatissimo per persone come lui. Peccato che da un mese a questa parte il suo medico di famiglia sia irrintracciabile telefonicamente, per quell’appuntamento che è necessario. Già mi pare incredibile che per fare il vaccino si richieda ad un novantenne di andare personalmente nello studio del medico (qui le cautele non servono più?), ma è del tutto inconcepibile che rintracciare un medico di famiglia equivalga ad una caccia al tesoro. Da un mese. E se avesse avuto problemi più gravi?

Va beh, ha detto, me lo compro il vaccino, lo pago, e me lo faccio fare. Macchè, questo è impossibile al momento. E poi, comunque, dovrebbe sottoporsi ad una bella fila in farmacia, alla faccia del tentativo di evitare momenti di possibile contagio.

Niente vaccino, ma almeno potrà avere un canale preferenziale per rifornirsi di contanti con i quali pagare spesa a domicilio, una pizza o una cena portata a casa. Ma in banca, di cui è cliente, dove tutti lo conoscono, si può andare solo per appuntamento. Il telefono squilla a vuoto. Una, due, tre volte. Saranno oberati di lavoro, pensa, ma fa un tentativo: dentro l’agenzia c’è un solo cliente, nessun altro in attesa. Ma l’impiegato è categorico: senza appuntamento non si entra, anche se non c’è nessun altro in lista. Fantozziano, ma tutto ciò è la realtà.

Primo giorno da liberi ed inno all’idiozia

Voglio tornare a vivere una vita NORMALE, voglio tornare a USCIRE, voglio tornare soprattutto a poter LAVORARE.

Non sono una paranoica, non sono un’allarmista, ma le immagini apparse sui social dimostrano che le persone o le costringi con la forza e le regole ferree, o non riescono ad autoregolamentarsi.

La prima domenica da liberi è stata un inno all’idiozia. Nulla di male a tornare in Piazza del Campo, nulla di male a vedere gli amici, a fare un aperitivo, a riassaporare un po’ di normalità.

Ma cosa spinge a stare a cinquanta centimetri gli uni dagli altri e a tenere la mascherina ovunque ad eccezione che davanti a naso e bocca? Cosa abbiamo capito da questi due mesi di chiusura totale? Nulla. Anzi sì: che non meritiamo alcuna fiducia.

Puntiamo sulla fortuna per non far tornare i contagi, perchè sull’intelligenza proprio non possiamo contare.

Coronavirus, quando a Sarajevo sparavano i cecchini

Era il 1995 e a Sarajevo c’era la guerra. Quella vera, dove si spara. Dai grattacieli della Ulica Zmaja od Bosne, una delle vie principali della città, decine di cecchini sparavano su chiunque passasse. Non importa chi fossero: uomini, donne, anche bambini. Non sapevano da dove provenisse il colpo che li colpiva. Così morirono 225 persone, tra le quali 60 bambini. Ne furono ferite 1.030. In una sola strada.

Cosa c’entra Sarajevo con il Coronavirus? Al tempo guardavo le immagini cercando di immedesimarmi nelle persone che per necessità attraversavano quella strada ben sapendo che rischiavano la vita. E che sapevano benissimo che a metà sarebbero potute non esistere più. Una roulette russa. Eppure dovevano attraversare quella strada.

Il Coronavirus mi dà la stessa sensazione.

Le strade deserte, le attività sospese, i locali chiusi, come in una guerra. Anzi di più. In guerra la gente si rifugia in chiesa a pregare. Il Coronavirus ha fatto sospendere anche le messe, i matrimoni, i funerali.

Siamo in guerra contro un cecchino che nessuno riesce a vedere e a fermare. Non sappiamo da dove arriva il suo tiro: dal passante che incrociamo? Dalla maniglia che tocchiamo? Dall’involucro della confezione di biscotti che compriamo? Dall’aria che respiriamo in una stanza?

Restare barricati in casa sarebbe l’unica soluzione. Così come sembrava facile, a noi lontani, non attraversare proprio Ulica Zmaja od Bosne. Ma dobbiamo lavorare, comprare il pane, rifornirci di alimenti. Insomma dobbiamo attraversare quella strada.

E così guardiamo con sospetto ogni persona, perchè potrebbe avere un amico dell’amico che è entrato in contatto con il cecchino, in un domino pazzesco dal quale proteggersi pare impossibile. E così ci sentiamo tutti i sintomi possibili, uno starnuto ci fa pensare ad una condanna, ci proviamo dieci volte al giorno la febbre, ben sapendo che se quel termometro sale vuol dire che ormai il cecchino ti ha beccato. Quindi a che serve provarsela… ma lo facciamo ugualmente.

Non giudico il comportamento di nessuno. Riesco a capire anche i folli in fuga dalla zona rossa, perché restare li fa sentire come i passeggeri del treno del film di Cassandra Crossing. Molto meno capisco le centinaia di persone che si accalcano agli impianti di risalita delle piste di sci, i giovani che continuano a fare movida scambiando l’emergenza per vacanze, o i loro genitori che non li tengono in casa.

Lo scandalo Mille Miglia non sono le auto che passano

Rombano, intralciano la circolazione, mettono a soqquadro la città. No, non sono questi gli scandali del passaggio della Mille Miglia da Siena.

Lo scandalo è che Siena sia solo tappa di passaggio e non tappa con arrivo serale. Di questo dovrebbero scandalizzarsi i senesi sempre pronti a far polemica.

Siena dovrebbe cercare in ogni modo di essere tappa che porta valore alla città. Dovrebbe fare in modo che per una sera si riempissero gli alberghi di facoltosi amanti della più prestigiosa corsa di auto storiche. Dovrebbe accoglierle come una grande festa, con ristoranti pronti ad ospitarli, esercizi commerciali e musei aperti nel serale, con negozi di artigianato e prodotti tipici enogastronomici locali che attirino i loro acquisti.

Smettiamo di lamentarci per due sgassate, ma cerchiamo di catturare il turismo di fascia alta come quello che partecipa alle Mille Miglia. Far vedere la nostra migliore versione anche in una sola sera, può essere il modo di invitarli a tornare per visitarla in maniera migliore.

Oppure continuiamo a farlo fare a Milano Marittima….

Il più grande attentato della storia

Il più grande attentato della storia sarebbe riuscire a spegnere la rete. Basterebbe spingere un pulsante per avere il mondo in mano e per mettere in ginocchio qualsiasi avversario.

Credo che qualcuno ci abbia già pensato e per questo non capisco perchè si spenda tanto ad armarsi di bombe atomiche. Nessuna bomba potrà avere mai lo stesso effetto devastante di pigiare il bottone dell’up rete totale.

Incredibile che una riflessione così mi possa essere venuta leggendo l’ultima fatica di Maurizio Boldrini che parla di comunicazione. Eppure…

Dopo decenni durante i quali siamo stati ad inseguire una globalità sempre più coinvolgente, diventeremmo di punto in bianco nudi davanti al buio totale di ciò che ormai ci collega non solo con il mondo, ma con la nostra nazione, la nostra città e finanche con i nostri amici.

Senza la rete non avrebbero senso le guerre, gli attentati, addirittura le leggi, perchè ormai non sappiamo più relazionarci con le distanze. Ogni nostra conoscenza, ed anche ogni nostra coscienza, viene dalla rete.

Ci troveremmo a dover parlare guardando le persone negli occhi, a convincere con parole pronunciate anzichè scritte, ci troveremmo anche a picchiarci, spararci, minacciarsi, ma solo con il corpo a corpo. E non lo sappiamo più fare.

Un solo clic e dovremmo ricominciare tutto da capo. Anche a fare informazione, spostandoci, vedendo con i propri occhi, testimoniando di presenza. E poi parlando ad una cerchia più stretta, quasi intima.

Lo so che le guerre ci sono state, pure terribili,  prima della rete, ma non sapremmo più farle, perchè non avrebbe senso combattere per qualcosa che gli altri non sanno.

Io mi sveglio la mattina e, ancor prima di scendere dal letto, controllo whatsapp e facebook. Come me diversi milioni di persone. Milioni di persone che si connettono al mondo e che domani, con quel clic, si troverebbero a dover dire solo ‘buongiorno’ a chi hanno vicino.

Grazie dell’incubo serale, Maurizio….

Non si tollera la pipì ma si inneggia all’accoppiamento

In un mondo che va sempre più verso la liberalizzazione di tutto ciò che è degrado, mi chiedo come le persone ritengano quasi una privazione di un diritto quello di accoppiarsi in mezzo ad una strada davanti alle finestre di appartamenti altrui.

Non sono affatto per la castità, ma se si tollera il sesso per strada allora si devono tollerare anche tante altre necessità umane, come orinare, cacare e vomitare.

Quell’accoppiamento animalesco è fastidioso già per il modo, ma credo che ognuno possa esprimere la sua sessualità come vuole, non certo però dove vuole.

Giovani di ieri e giovani di oggi

Quarant’anni fa moriva Francesco Lorusso. Un nome che per molti non dice niente. Oggi però molte cronache riportano questo anniversario, che è l’anniversario degli scontri di Bologna. Al di là della sua ideologia, quello che mi colpisce ricordare è la sua età: 25 anni. Io ne avevo 15. Non avevamo facebook e twitter, i tg erano quelli dell’ora di cena, eppure ad appena 15 anni ci cibavamo di quelle poche notizie discutendone abbondantemente, soprattutto a scuola.

Avevo 15 anni, come adesso hanno i figli delle mie amiche ed i ragazzini ai quali in contrada organizziamo le discoteche, ed eravamo così diversi. E quel Lorusso era uno studente universitario di 25 anni, la stessa età di tanti che dettero vita ai disordini di Bologna. Erano così tanti che fu necessario far intervenire l’esercito, con i carri armati per le strade.

A scuola le assemblee erano gremite e si parlava in tanti, qualcuno anche di noi di 15 anni. E si parlava di politica, divisi tra sinistra e destra. Le elezioni per i rappresentanti di istituto furono una vera battaglia. Ricordo i nomi dei “grandi”: Socci, Weber, Pianigiani, Fagiolini…. Quasi ogni mattina davanti alle scuole c’era volantinaggio, e i ciclostili si stampavano a Lotta Continua: erano gli unici ad avere il macchinario e lì andavano tutti.

E sempre al di là dell’ideologia, la chiusura di Radio Alice venne percepita come un abuso, un atto gravissimo dal quale si temeva non poter tornare indietro.

Avevamo dai 15 ai 19 anni, agli scontri nelle grandi città partecipavano giovani di 25 che a noi sembravano uomini fatti  e tra una vasca per il Corso e un pomeriggio al clebbino, la politica non ci era indifferente. Siena fu appena sfiorata da quegli anni, era una città senza eccessivi problemi, ma ugualmente eravamo coscienti di ciò che accadeva nella nostra nazione e volevamo in qualche modo esserne partecipi.

Odio chi, passata la giovinezza, ripete in maniera ossessiva la frase “ai miei tempi“, intestardendosi a non capire che ognuno fa il suo tempo e che ogni generazione ha i suoi tempi, ma è impossibile non vedere, e non preoccuparsi, di quanto siano diversi i giovani di oggi.

A scuola le assemblee non ci sono più, i decreti delegati che noi consideravamo una conquista, sono morti per inutilizzo. I ragazzi non sapevano più che farsene delle assemblee di classe, interclasse e generali. Non ci sono neppure più gli scioperi, se non qualcuno per il riscaldamento che funziona poco. I volantinaggi sono diventati quelli per le feste e le discoteche, sostituiti poi dal più pratico evento su facebook. E all’università non è diverso. Non ci sono più le tragedie di Francesco Lorusso, perchè non ci sono più battaglie, se non qualche scaramuccia con i fanatici dei centri sociali. E quei ragazzi di 25 anni, che a 15 anni ci sembravano così grandi, sono ancora adolescenti preoccupati a divertirsi invece che parlare e cercare di cambiare il proprio paese.

Adesso, che Siena i problemi li ha davvero, i primi a disinteressarsi sono proprio i giovani, quelli che ne pagheranno le spese. Ma ai pochi cortei cittadini (quello per il Monte dei Paschi, o per la verità su David Rossi, o prima ancora quello del comitato contro l’aeroporto) i giovani sono stati una rarità.

I “miei tempi” non erano certamente da prendere ad esempio, ma erano sicuramente anni più consapevoli. Chissà se tornerà il tempo in cui giovani sognatori, testardi ed orgogliosi, cercheranno fortemente di riprendere in mano le redini della politica di questa città e di questa nazione.

Rubi? “Cattivone non si fa, ma ti lascio libero”

Qualcuno potrà dire che su questa storia della sicurezza mi ci sono un po’ fissata. Eh sì, vi assicuro che è vero.

Non sopporto proprio che siano fornite notizie solo e soltanto se c’è da farsi belli e che dei furti siano addirittura gli stessi derubati a dover mettere a conoscenza i giornalisti (anzi, colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che mi contattano per segnalarmeli, e vi assicuro che ogni giorno sono di più coloro che lo fanno).

Non sopporto però nemmeno che della sicurezza si chieda conto alle persone sbagliate e se ne faccia argomento solo per attacchi politici. Mi spiego meglio. Il sindaco in persona non può pattugliare le strade, il sindaco in persona non può controllare le nostre case, il sindaco in persona non può inseguire i ladri, il sindaco in persona non può cacciare i mendicanti.

Il sindaco DEVE invece usare la sua autorità per far sì che facciano ciò le forze dell’ordine preposte. Ma anche in questo caso non ho nulla da imputare a quegli uomini in divisa che, per stipendi minimi, sono chiamati a mettere a repentaglio la loro vita.

Ed allora, se non è colpa del sindaco, se non è colpa dei carabinieri, se non è colpa della polizia e dei vigili urbani, questa colpa di chi è?

Della legge. Di quella legge garantista contro la quale nessuno scende in piazza a protestare, quella legge che lega le mani delle forze dell’ordine molto più di quanto lo facciano le manette ai polsi dei delinquenti.

La notte scorsa tre malviventi hanno cercato di entrare in una casa. I carabinieri si sono messi all’inseguimento, hanno pigiato sull’acceleratore lungo strade piene di curve mettendo a rischio anche la propria vita. Quando l’auto dei delinquenti è uscita di strada si sono dati all’inseguimento nel buio della notte a piedi per i campi, senza sapere se i malviventi fossero armati e se fossero pronti a sparare.

Su tre ne hanno preso uno, l’hanno caricato in macchina e portato alla centrale. Come è finita: “Cattivone, birbo, birbo birbo. Prometti che non lo fai più”: non hanno potuto far altro che questo, perchè loro devono rispettare la legge, e la legge dice che per un reato di tentato furto non si va oltre alla denuncia. Quindi l’hanno accompagnato alla porta e con una pacca sulla spalla l’hanno rimandato a proseguire la sua professione.

Come si saranno sentiti quei carabinieri? E cosa dovrebbe fare in quel momento un sindaco?

Siamo tutti bravi a buttar giù ricette per la sicurezza dando l’incombenza agli altri di farne pietanza, ma quanti comitati sono nati a Siena per fare azioni concrete e di piazza contro le leggi garantiste? Nessuno. I comitati che nascono sono solo per difendere il proprio orticello, la propria strada, meglio ancora il proprio pianerottolo.

Chi parla di armarsi, chi si dice pronto a sparare se trova il ladro in casa, non è altrettanto pronto a metterci la faccia e scendere in piazza a manifestare pubblicamente. Iniziamo a dar vita ad un comitato senza bandiere, uniamoci a comitati (sempre senza bandiere) di altre città, in una catena che diventi così forte e potente da poter smuovere, dall’esterno, la politica. Cambiamo le leggi e pretendiamo che se ti colgo con le dita nella marmellata (ma anche se ti becco a svitare il tappo) ti metto dentro e butto via la chiave. Manca la certezza della pena, ma la politica è occupata ad accapigliarsi su un sì o un no.

Ed allora, se a questa sicurezza ci teniamo davvero, che sia il popolo a fare la sua rivoluzione, pacifica ma determinata.

Un ultimo pensierino (e no…, ps lo usano tutti e non voglio copiare…) per il sindaco Bruno Valentini che ha attinto a piene mani da questo blog per rispondere ad una interrogazione: queste sono considerazioni ed esperienze personali, condivise e condivisibili più o meno. Non c’è copyright, ma elevarle a documento dimostrativo di una tesi potrebbe essere motivo di orgoglio per qualcuno, ma non per me.