Chi sarà il prossimo sindaco di Siena?

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Nove uomini senza donne

Sono sette in fotografia, otto con David Chiti che ha ufficializzato la sua candidatura in piena notte, nove (e me ne ero scordata chiedo venia) con Alessandro Pinciani in corsa da un paio di giorni. La consuetudine vuole che, nel mondo, ogni sette uomini abbiano a disposizione una donna. Ma in politica pare non sia così, almeno a Siena.

Nove sono i candidati a sindaco e tutti sono uomini. Nessun nome di donna neppure ventilato. Siena città maschilista o donne senesi insensibili alla politica? Donne senesi che lasciano che a guidare sia l’uomo o donne senesi che non vogliono abbassarsi ad una caccia alla poltrona così povera di contenuti e ricca di ripicche?

Retaggio forse contradaiolo dove le donne, almeno nella tradizione, sono state ridotte ai margini? O incapacità a farsi valere? Oppure validità del vecchio detto che le prime nemiche delle donne sono proprio le donne?

Qualunque via il motivo è davvero triste che nessuna parte politica abbia voluto investire, credere e puntare su una di loro.

Ps: scusate, inizialmente avevo scritto otto uomini. In effetti tenere il conto non è facile e farlo in piena notte, al termine di una giornata di lavoro lo è ancora di più.

 

Ritorniamo ai comizi

Io voglio vedere il ritorno ai comizi in piazza. Voglio vedere il candidato sul palco, i suoi fedelissimi al fianco. Voglio vedere la gente che ascolta, e voglio che il vostro discorso sia così appassionato e accattivante da far fermare chi passa.

Basta rinchiudersi nelle sale, nei cinema e ora anche nei bar. Basta ristoranti e salotti. Basta presentarsi solo ai taccuini.

Volete far politica? La politica è quella della piazza. Se non riuscite a catturare l’attenzione di un passante come volete catturare quella di un elettorato?

E se davanti al vostro palco non ci sarà nessuno, interrogatevi del perchè.

No, la politica non deve essere fatta su Facebook, dove a scrivere non siete voi ma il vostro addetto stampa. Non dovete pretendere la presenza dei giornalisti che vi facciano cassa di risonanza. Devo essere le vostre parole a “tuonare”.

Il mondo è cambiato? Beh, chi ha coraggio lo cambi di nuovo.

Dal cd stiamo tornando al vinile, si potrà tornare dal post al comizio.

(Foto presa in prestito, non ho trovato l’autore per citarlo)

Attenzione: presidente di seggio mordace

Domani sarò nuovamente ad attendere l’arrivo del materiale per la costituzione del mio seggio. Sarò nella stessa scuola, probabilmente anche nella stessa aula. Conterò le circa 800 schede, le distribuirò agli scrutatori per firmarle e ricontarle e poi le timbrerò tutte personalmente. 800 timbri in rapida successione come una mitragliatrice. Poi allestirò il seggio, con le urne, i manifesti e tutto l’occorrente per essere pronti, domenica mattina alle 7, ad accogliere i primi votanti.

Resteremo dentro quell’aula 14 ore a segnare documenti, distribuire schede, tenere il conto delle matite, facilitare (e spesso anche tranquillizzare) gli elettori più anziani. Nessuna mensa ci porterà pranzo e cena.

Alle 23 inizieremo lo spoglio, e poi dovremo concludere i verbali. Se tutto va bene andremo a letto alle 2, dopo 17 ore di lavoro (20 in totale con il sabato).

Si è parlato tanto di referendum, ma nessuno che abbia speso una parola per coloro che per fare un referendum, così come qualsiasi tipo di elezione, prestano il loro tempo: i presidenti e gli scrutatori.

Sappiate che quelle persone davanti alle quali spesso sbuffate per aver dovuto attendere cinque minuti, o perchè vi chiedono il documento (come se non sapeste che è necessario), o vi invitano a lasciare il cellulare, e che quasi mai degnate di un saluto e tantomeno di un sorriso, non sono delle privilegiate e neppure esponenti di un partito.

Certo non sono neppure martiri che si immolano per il Paese, ma persone di ogni età che danno la loro disponibilità perchè la macchina elettorale possa esistere. I loro compensi non sono un mistero, e state certi che non diventeranno ricchi con 104 euro (130 per i presidenti) che sono appena 5 euro all’ora (stesso compenso da quasi una decina di anni) e che saranno pagati dopo mesi.

Per 130 euro il presidente ha una lista così lunga di rischi penali che in confronto rischierebbe meno a fare una rapina a mano armata.

Sarà un caso che, quando qualche partito ha buttato là la populistica proposta di usare in maniera prioritaria i disoccupati come scrutatori, pochissimi sono andati a iscriversi negli albi comunali.

Non siamo martiri, dicevo, ma pretendiamo rispetto. Domenica (l’esperienza insegna) assisteremo invece alla più totale mancanza di rispetto avallata da partiti e comitati che hanno tanto parlato di costituzione e valori sociali e morali, e poi si dimenticano ogni volta di insegnare un minimo di senso civico.

Per raggranellare qualche voto in più di qua o di là hanno proposto a centinaia di studenti fuori sede di iscriversi come rappresentanti di lista e poter così votare senza dover tornare nel loro luogo di residenza. Un escamotage vecchio di anni.

Il rappresentante di lista è “la persona incaricata di assistere alle operazioni di voto e di scrutinio per conto di un partito, di un candidato che concorre alle elezioni o di un comitato promotore di una consultazione referendaria”. E’ un ruolo specifico e non un modo per votare “a sbafo”.

Questo ai ragazzi che si presenteranno non gliel’ha spiegato nessuno. Non si presenteranno all’apertura del seggio, non si presenteranno allo scrutinio. Avranno anche fretta, così tanta fretta che se gli chiedi di firmare due pagine di verbale ti rispondono stizziti che gli fai perdere l’autobus. O che hanno da studiare, da giocare a tennis o tranquillamente che non hanno tempo da perdere.

Cari partiti e comitati, questo non è rispetto, nè per chi in quel seggio lavora 20 ore mettendoci coscienza, nè per quella costituzione per la quale li avete mandati a votare.

Non ce l’ho con loro, ma con voi che dovreste essere i primi ad insegnare il senso civico. E quindi domenica troveranno un presidente mordace, che gli farà un predicozzo al quale risponderanno a spallucce e sbuffi, ma glielo farà ugualmente, che li costringerà a prendere visione dei registri, che gli farà perdere l’autobus e che poi, perchè così vuole la legge, li farà regolarmente votare.

Gli resterò cordialmente antipatica ma se faccio il presidente da 30 anni lo faccio per senso civico. E quel senso civico glielo vorrò almeno ricordare.

Usa vs Italy: come riusciremmo ad imbrogliare le carte

Non sono un’esperta di elezioni americane ma due o tre cosette mi ricordo di averle studiate.  Intanto negli Stati Uniti si vota di martedì. Non la domenica cercando bene di scegliere il fine settimana più consono alle proprie strategie, ma il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Sempre, da 45 presidenti a questa parte.

E non è che gli elettori si trovano davanti una scheda con scritto Clinton da una parte e Trump da un’altra, bensì due liste di Grandi Elettori, una che fa capo ad un candidato e l’altra all’altro. Ogni stato ha un tot di Grandi Elettori da poter eleggere, proporzionalmente alla popolazione, e sono eletti solo quelli della lista vincente. Può essere quindi che Hilary abbia avuto una caterva di voti in stati fedeli, anche distanziando di molto l’avversario, e poi abbia perso per un soffio in tutti gli altri. In questo caso, come è realmente successo, il numero complessivo dei voti per le liste della Clinton possono anche essere di molto superiori a quello dell’avversario (si dice 40mila), ma la sconfitta anche di un solo voto negli altri stati non le ha permesso di “metterci la bandierina”.

In realtà potremmo anche dire che ad oggi il presidente degli Stati Uniti non è stato ancora eletto, perché lo sarà solo a metà dicembre, quando a votare saranno questi Grandi Elettori. E lo faranno con voto segreto.

Allora: Trump ha guadagnato 306 Grandi Elettori, Clinton 232. La differenza fa 74.

Se si fosse in Italia da oggi a metà dicembre potremmo assistere a 50 Grandi Elettori di Trump che ci ripensano ed entrano nel gruppo misto, 30 che annunciano che al momento della votazione usciranno dall’aula, un’altra ventina pronti a tirar fuori un problema di coscienza per giustificare che si asterranno, una dozzina non si presenteranno proprio perché hanno di meglio da fare.

Allo stesso tempo un consistente gruppo di Grandi Elettori di Hilary Clinton inizierebbe a strizzare l’occhio a Trump per vedere di non restare tra i trombati,  un manipolo di fuoriusciti formerebbe un altro gruppo misto antagonista, la fronda di Ponzio Pilato annuncerebbe di poter decidere solo all’ultimo minuto e così via. In Italia. E per un mese si assisterebbe ad un balletto di compravendita di voti per restare ancora nell’incertezza politica assoluta.

In America no. Trump ha già vinto, Hilary ha già perso.

Hilary non ha calcolato algoritmi fantascientifici per sentenziare che ha vinto anche se ha perso e si è guardata bene da affermare che la sconfitta è solo una vittoria venuta male.

Hilary ha detto che Trump adesso è il suo presidente, ha invitato tutti, anche i delusi, a lavorare insieme per l’America.  Ha anche affermato che Donald Trump dovrà essere accettato da tutti “perché questo rientra nei valori americani”, ed è arrivata ad affermare che “dobbiamo proteggere il nostro nuovo presidente perché per mantenere grande questo paese bisogna lavorare tutti insieme”.

Chapeau, questa è l’America. Noi siamo l’Italia.

Cara Hilary, forse è colpa anche di quel tradimento perdonato

Non sono un’esperta di politica americana e non voglio mettermi a commentare cosa può significare nella politica mondiale l’elezione del parruccato Donald Trump, ma un commento lo voglio fare sulle continue dichiarazioni che la sconfitta di Hilary è stata una sconfitta delle donne.

La politica americana ha sempre pescato a piene mani nelle vicende sentimentali e sessuali di politici e candidati. Se un politico americano andasse a trans, non si aspetterebbe di beccarlo in guepiere per sbandierare ai quattro venti le sue inclinazioni. Nell’America dei lustrini l’approccio a questi scandali è fondamentale e il ruolo della first lady è addirittura simile a quello del marito.

Hilary è donna, ma prima che candidata è stata first lady e nessuno la dimentica in quel ruolo. Come nessuno dimentica la sua faccia da pesce lesso quando si presentò a fianco del marito fedifrago, a sostenerlo mentre annaspava per difendersi dalle barzellette del presidente che si faceva fare sesso dalla stagista sotto il tavolino.

Una moglie che si presta ad una simile umiliazione in mondovisione può farlo solo per non perdere il potere.

Ed allora Hilary non credi che le donne, quelle normali, quelle vere, quelle che fanno i conti con le corna del marito tutti i giorni, non possano apprezzare chi abdica all’amor proprio in nome del potere. E non credi che possano pensare che se sei stata capace di buttar giù quel rospo, tu non sia capace di fare altrettanto anche in questioni politiche, sempre pur di mantenere il tuo potere?

No, la sconfitta della Clinton per me non è stata la sconfitta delle donne. E’ stata la sconfitta di UNA donna che nella sua vita ha messo il potere e il successo davanti alla dignità.

Da parte mia ritengo che ci sia già stata una donna che ha dimostrato che il genere non ha importanza in politica. Margaret Thatcher ha tenuto in pugno il mondo e se il consorte si fosse fatto beccare con la stagista, sarebbe stata capace di incenerirlo con un solo sguardo.

Le ragioni del Sì, del No, ma anche del Boh, del Noncivo e del Chisenefrega

Domani, lunedì 17 ottobre, è previsto a Siena l’ennesimo incontro sul referendum. Ci saranno esponenti del e quelli del No, che si confronteranno in accesi testa a testa.

Giusto e ben fatto organizzare simili incontri, che rischiano però di vedersi parlare addosso sempre i soliti. Poi vai per la strada, parli con la gente, e le ipotesi prevalenti per il 4 dicembre sono il Boh, il tanto Noncivo a votare, e soprattutto il Chisenefrega.

Ritengo che voler mantenere la democrazia comporti lo sforzo di accettare di partecipare ad ogni competizione elettorale e referendaria, e che gli astenuti siano solo pavidi Ponzio Pilato.

Penso, però, che se l’astensionismo ha raggiunto i picchi odierni sia arrivato il momento di ascoltare anche le ragioni di chi in cabina elettorale non vuole entrare.

Ed allora sarebbe giusto dare voce, ed ascoltare, anche i menefreghisti del Boh, i talebani del Noncivo, ed i disfattisti del Chisenefrega. Forse dando loro voce si riuscirebbe meglio a capire cosa c’è veramente da cambiare.

Referendum, melenso spot di personalismi

Non c’è niente di più noioso della politica del terzo millennio.

Rimpiango quella degli anni ’60, quando ancora non avevo l’età per votare ma, anche se si era bambini, era sufficiente ascoltare il telegiornale all’ora di cena per farsi un’idea.

Da una parte i comunisti che mangiavano i bambini e volevano trasformare la tua casa in una comune, dall’altra i democristiani che volevano che tu andassi in chiesa la domenica, in mezzo i socialisti che la casa te la lasciavano ma non volevano andare in chiesa, all’estremo quelli che con Mussolini male male non erano stati, e poi una manciata di partitini che per pronunciarli sputacchiavi e che non si capiva bene nè cosa volessero e nemmeno chi li votasse.

Ora, dopo aver cambiato mille nomi, ti rendi solo conto che quelli che dicono di essere partiti sono solo estensioni di personalismi ai quali si contrappongono altri personalismi che ambiscono soltanto a mettere la propria faccia al posto di quella attuale. E che, dentro a quello che dicono essere un stesso partito, non c’è uno stesso ideale ma solo decine di personalismi che hanno l’unico obiettivo di sostituire se stessi a chi è all’apice.

E così politica non è più l’arte di governare la cosa pubblica ma di gestire la propria immagine pubblica.

Per i prossimi due mesi scordatevi di capire qualcosa su cosa vogliono veramente fare della nostra Costituzione. Nessuno lotta per la Costituzione ma ognuno lotta per sè, in un immenso spot pubblicitario fatto di proclami e sorrisi.

E così il 4 dicembre ci troveremo davanti una scheda con un Sì ed un No preceduti da una serie di frasi di cui nessuno avrà capito nulla, per cambiare una Costituzione che a scuola non si studia più, per modifiche che realmente non interessano nessuno, nè chi le propone nè chi le avversa.