Covid e vaccinazioni, la barzelletta dei 100 euro

Le cose si fanno all’italiana, anche quando in ballo c’è la salute di un’intera popolazione. In Austria, per chi non si vaccina, è prevista una sanzione di 600 euro, con verifica, ed ulteriore multa, ogni tre mesi per i prossimi due anni: in totale fanno 4800 euro. In Grecia la multa per i no Vax è di 100 euro al mese. Mano pesante nelle Filippine: chi non si vaccina non può uscire di casa, pena l’arresto.

In Italia si sbandiera l’obbligo vaccinale e poi si liquida il no vax con una tassa di 100 euro una tantum ed una pacca sulla spalla, e solo agli over 50. Cento euro, che saranno richieste dall’Agenzia delle Entrate, poco meno del canone tv o di due multe per divieto di sosta, molto meno di un eccesso di velocità, che equivalgono ad una tassettina in più da pagare in un anno. E che vuoi che sia… Nulla per chi è disposto a pagare abbonamenti mensili per tamponi a 250 euro.

All’italiana dunque, e per l’ennesima volta.

Meglio sarebbe stato non mettere nessuna multa. Esiste un obbligo vaccinale e tu non ti sei adeguato? Quindi significa che rinunci a quello che la sanità pubblica prevede. E così, se ti ammali, ti paghi la parcella del dottore, anche quello di base, le medicine, ed eventualmente anche le cure ospedaliere. Se non esiste obbligo per te, di adeguarti alle leggi, non vedo perchè dovrebbe esistere obbligo di gratuità di cura nei tuoi confronti.

Distanziamento: negozi chiusi ma in 50 sul bus

Queste foto sono state scattate con Siena già in zona rossa, tra domenica e lunedì in Piazza Gramsci. Mentre i negozi di abbigliamento per adulti e di souvenir, che avevano già gli ingressi limitati ad una persona per ogni dieci metri quadrati, sono chiusi perchè ritenuti veicolo di contagio, sui bus si può viaggiare fino a 55 persone. In un Pollicino se ne possono stipare 22, 47 sugli autobus blu, 55 sui pullman. Tutti belli stretti, stretti, a respirare per parecchi minuti immobili gli uni vicini agli altri. Casomai starnutendo…

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire

Il post sugli assembramenti in Piazza del Campo ha suscitato polemiche a mai finire. E come al solito qualcuno l’ha anche buttata in politica. Cosa più sbagliata non esiste. Ma d’altronde il proverbio ha proprio ragione: “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire“.

Al di là della disquisizione sugli orari, e ben sapendo i sacrifici che stanno affrontando i bar e i ristoranti, che sono entità fatte di persone (titolari che devono far quadrare i conti e dipendenti che rischiano il posto di lavoro), è necessario prendere atto che questi giovani che si ostinano a non uniformarsi alle disposizioni (distanziamento, divieto di assembramento e dispositivi di prevenzione) creano problemi soprattutto agli esercenti. Sono loro le prime vittime e quelli che dovrebbero arrabbiarsi di più.

Se quella linea dei contagi continuerà a salire, le limitazioni aumenteranno e tutti noi, che un cocktail in Piazza a buio non andiamo a farcelo, ne pagheremo le conseguenze ECONOMICHE.

Spiegatemi il senso di una frase che ho letto: “Stare tutti segregati in casa, tra Dad, sport fermo, società di contrada chiuse è la soluzione migliore per morire di ignoranza, asocialità e sedentarietà”.

Stare in casa, o uscire rispettando le norme, è segno di civiltà e rispetto civico che andrebbe insegnato ed apprezzato nei giovani. Non farlo allunga i tempi di Dad, sport fermo, società di contrada chiuse (e poi mancanza di turismo, prioritario per la nostra città), cose delle quali ne abbiamo tutti, non solo i giovani, le p..le piene e che mette in difficoltà non solo bar e ristoranti, ma anche estetiste, negozi di abbigliamento e di souvenir, guide turistiche, gestori di palestre, musei, trasporti… e poi, la più importante, medici e sanità in genere.

Quindi pensateci bene prima di difendere simili comportamenti, perchè il piacere lo fate solo ai like dei vostri profili.

Piazza del Campo: il cocktail alla faccia del Covid

Qualcuno tirerà fuori la prospettiva fotografica, lo zoom che restringe o chissà quale scusa. La realtà è che centinaia di giovani si sono allegramente ritrovati in Piazza del Campo per una movida anticipata.

Possibile che non si riesca a far capire che, dopo aver fatto le vacanze in Croazia, le notti in discoteca in Sardegna, le giornate di mare sulla costa, almeno adesso potrebbero uniformarsi al vivere civile?

Possibile che non capiscano, e che le loro famiglie non riescano a fargli capire, che tutta una nazione rischia di essere ancora ostaggio della loro superficialità?

Avere 90 anni al tempo del Covid: il medico che non risponde, la banca che non apre

Forse il Governatore della Liguria Giovanni Toti ha solo avuto il coraggio di ammetterlo: “I decessi riguardano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”. Forse le sue parole non sono molto lontane da un pensiero comune. Altrimenti non si capisce come possa essere trattato un novantenne in questa fase di parziale lockdown.

Quella che racconto è una vicenda che mi tocca da vicino, altrimenti avrei prese per buone una lunga serie di dichiarazioni su giudiziose ma lungimiranti procedure.

Mio padre ha brillantemente superato i 90 anni e non ha nulla della persona “non indispensabile allo sforzo produttivo”, fosse solo per le attività, con fini ludici ma anche benèfici, che ha continuato a organizzare fino a quando il Covid non ci ha ristretti in casa. Con mia mamma si sono diligentemente autoisolati, limitando le uscite alle sole necessità improrogabili e utilizzando i dispositivi di prevenzione.

E’ perfettamente informato su Dpcm e amenità varie, spippola su internet e si tiene in contatto con i numerosi amici. Se dire “90 anni” vi fa venire in mente il classico vecchietto con bastone, ecco, scordatevelo. Non vuole rischiare ma vuole anche vivere, nel senso più ampio del termine.

Per fare ciò vuole sottoporsi, come da una quindicina di anni a questa parte, al vaccino influenzale, peraltro raccomandatissimo per persone come lui. Peccato che da un mese a questa parte il suo medico di famiglia sia irrintracciabile telefonicamente, per quell’appuntamento che è necessario. Già mi pare incredibile che per fare il vaccino si richieda ad un novantenne di andare personalmente nello studio del medico (qui le cautele non servono più?), ma è del tutto inconcepibile che rintracciare un medico di famiglia equivalga ad una caccia al tesoro. Da un mese. E se avesse avuto problemi più gravi?

Va beh, ha detto, me lo compro il vaccino, lo pago, e me lo faccio fare. Macchè, questo è impossibile al momento. E poi, comunque, dovrebbe sottoporsi ad una bella fila in farmacia, alla faccia del tentativo di evitare momenti di possibile contagio.

Niente vaccino, ma almeno potrà avere un canale preferenziale per rifornirsi di contanti con i quali pagare spesa a domicilio, una pizza o una cena portata a casa. Ma in banca, di cui è cliente, dove tutti lo conoscono, si può andare solo per appuntamento. Il telefono squilla a vuoto. Una, due, tre volte. Saranno oberati di lavoro, pensa, ma fa un tentativo: dentro l’agenzia c’è un solo cliente, nessun altro in attesa. Ma l’impiegato è categorico: senza appuntamento non si entra, anche se non c’è nessun altro in lista. Fantozziano, ma tutto ciò è la realtà.

Qualcuno inizi a organizzare il futuro

E’ scattato il coprifuoco, dalle 22 tutti a casa. Non sui balconi a cantare, non lungo i vicoli a cercare conforto negli stornelli. Non è andato tutto bene, anzi è andato tutto a rotoli e il partito di chi dice “meglio più morti di Covid che tanti morti di fame” è diventato più numeroso di quello del “salviamoci tutti”.

Questo secondo quasi lockdown ci trova diversi, non c’è speranza ma rassegnazione. I sindaci non fanno più le loro dirette giornaliere, anche i preti non mandano più in diretta le messe, sono scomparsi i gruppi Zoom e Skype per festeggiare i compleanni degli amici o raccontare nuove ricette. La conta dei positivi non interessa più, eppure non si parla altro che di Covid.

Senza nulla togliere alla necessità di essere informati su quello che succede adesso, sul lavoro encomiabile degli ospedali e dei medici, sarebbe il caso di parlare di più del dopo, soprattutto da parte di coloro che questo dopo devono aver iniziato a pensarlo.

Ci siamo fatti trovare impreparati alla pandemia. Adesso richiamo di farci trovare impreparati al futuro.

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