Attenzione: presidente di seggio mordace

Domani sarò nuovamente ad attendere l’arrivo del materiale per la costituzione del mio seggio. Sarò nella stessa scuola, probabilmente anche nella stessa aula. Conterò le circa 800 schede, le distribuirò agli scrutatori per firmarle e ricontarle e poi le timbrerò tutte personalmente. 800 timbri in rapida successione come una mitragliatrice. Poi allestirò il seggio, con le urne, i manifesti e tutto l’occorrente per essere pronti, domenica mattina alle 7, ad accogliere i primi votanti.

Resteremo dentro quell’aula 14 ore a segnare documenti, distribuire schede, tenere il conto delle matite, facilitare (e spesso anche tranquillizzare) gli elettori più anziani. Nessuna mensa ci porterà pranzo e cena.

Alle 23 inizieremo lo spoglio, e poi dovremo concludere i verbali. Se tutto va bene andremo a letto alle 2, dopo 17 ore di lavoro (20 in totale con il sabato).

Si è parlato tanto di referendum, ma nessuno che abbia speso una parola per coloro che per fare un referendum, così come qualsiasi tipo di elezione, prestano il loro tempo: i presidenti e gli scrutatori.

Sappiate che quelle persone davanti alle quali spesso sbuffate per aver dovuto attendere cinque minuti, o perchè vi chiedono il documento (come se non sapeste che è necessario), o vi invitano a lasciare il cellulare, e che quasi mai degnate di un saluto e tantomeno di un sorriso, non sono delle privilegiate e neppure esponenti di un partito.

Certo non sono neppure martiri che si immolano per il Paese, ma persone di ogni età che danno la loro disponibilità perchè la macchina elettorale possa esistere. I loro compensi non sono un mistero, e state certi che non diventeranno ricchi con 104 euro (130 per i presidenti) che sono appena 5 euro all’ora (stesso compenso da quasi una decina di anni) e che saranno pagati dopo mesi.

Per 130 euro il presidente ha una lista così lunga di rischi penali che in confronto rischierebbe meno a fare una rapina a mano armata.

Sarà un caso che, quando qualche partito ha buttato là la populistica proposta di usare in maniera prioritaria i disoccupati come scrutatori, pochissimi sono andati a iscriversi negli albi comunali.

Non siamo martiri, dicevo, ma pretendiamo rispetto. Domenica (l’esperienza insegna) assisteremo invece alla più totale mancanza di rispetto avallata da partiti e comitati che hanno tanto parlato di costituzione e valori sociali e morali, e poi si dimenticano ogni volta di insegnare un minimo di senso civico.

Per raggranellare qualche voto in più di qua o di là hanno proposto a centinaia di studenti fuori sede di iscriversi come rappresentanti di lista e poter così votare senza dover tornare nel loro luogo di residenza. Un escamotage vecchio di anni.

Il rappresentante di lista è “la persona incaricata di assistere alle operazioni di voto e di scrutinio per conto di un partito, di un candidato che concorre alle elezioni o di un comitato promotore di una consultazione referendaria”. E’ un ruolo specifico e non un modo per votare “a sbafo”.

Questo ai ragazzi che si presenteranno non gliel’ha spiegato nessuno. Non si presenteranno all’apertura del seggio, non si presenteranno allo scrutinio. Avranno anche fretta, così tanta fretta che se gli chiedi di firmare due pagine di verbale ti rispondono stizziti che gli fai perdere l’autobus. O che hanno da studiare, da giocare a tennis o tranquillamente che non hanno tempo da perdere.

Cari partiti e comitati, questo non è rispetto, nè per chi in quel seggio lavora 20 ore mettendoci coscienza, nè per quella costituzione per la quale li avete mandati a votare.

Non ce l’ho con loro, ma con voi che dovreste essere i primi ad insegnare il senso civico. E quindi domenica troveranno un presidente mordace, che gli farà un predicozzo al quale risponderanno a spallucce e sbuffi, ma glielo farà ugualmente, che li costringerà a prendere visione dei registri, che gli farà perdere l’autobus e che poi, perchè così vuole la legge, li farà regolarmente votare.

Gli resterò cordialmente antipatica ma se faccio il presidente da 30 anni lo faccio per senso civico. E quel senso civico glielo vorrò almeno ricordare.

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Le ragioni del Sì, del No, ma anche del Boh, del Noncivo e del Chisenefrega

Domani, lunedì 17 ottobre, è previsto a Siena l’ennesimo incontro sul referendum. Ci saranno esponenti del e quelli del No, che si confronteranno in accesi testa a testa.

Giusto e ben fatto organizzare simili incontri, che rischiano però di vedersi parlare addosso sempre i soliti. Poi vai per la strada, parli con la gente, e le ipotesi prevalenti per il 4 dicembre sono il Boh, il tanto Noncivo a votare, e soprattutto il Chisenefrega.

Ritengo che voler mantenere la democrazia comporti lo sforzo di accettare di partecipare ad ogni competizione elettorale e referendaria, e che gli astenuti siano solo pavidi Ponzio Pilato.

Penso, però, che se l’astensionismo ha raggiunto i picchi odierni sia arrivato il momento di ascoltare anche le ragioni di chi in cabina elettorale non vuole entrare.

Ed allora sarebbe giusto dare voce, ed ascoltare, anche i menefreghisti del Boh, i talebani del Noncivo, ed i disfattisti del Chisenefrega. Forse dando loro voce si riuscirebbe meglio a capire cosa c’è veramente da cambiare.

Referendum, melenso spot di personalismi

Non c’è niente di più noioso della politica del terzo millennio.

Rimpiango quella degli anni ’60, quando ancora non avevo l’età per votare ma, anche se si era bambini, era sufficiente ascoltare il telegiornale all’ora di cena per farsi un’idea.

Da una parte i comunisti che mangiavano i bambini e volevano trasformare la tua casa in una comune, dall’altra i democristiani che volevano che tu andassi in chiesa la domenica, in mezzo i socialisti che la casa te la lasciavano ma non volevano andare in chiesa, all’estremo quelli che con Mussolini male male non erano stati, e poi una manciata di partitini che per pronunciarli sputacchiavi e che non si capiva bene nè cosa volessero e nemmeno chi li votasse.

Ora, dopo aver cambiato mille nomi, ti rendi solo conto che quelli che dicono di essere partiti sono solo estensioni di personalismi ai quali si contrappongono altri personalismi che ambiscono soltanto a mettere la propria faccia al posto di quella attuale. E che, dentro a quello che dicono essere un stesso partito, non c’è uno stesso ideale ma solo decine di personalismi che hanno l’unico obiettivo di sostituire se stessi a chi è all’apice.

E così politica non è più l’arte di governare la cosa pubblica ma di gestire la propria immagine pubblica.

Per i prossimi due mesi scordatevi di capire qualcosa su cosa vogliono veramente fare della nostra Costituzione. Nessuno lotta per la Costituzione ma ognuno lotta per sè, in un immenso spot pubblicitario fatto di proclami e sorrisi.

E così il 4 dicembre ci troveremo davanti una scheda con un Sì ed un No preceduti da una serie di frasi di cui nessuno avrà capito nulla, per cambiare una Costituzione che a scuola non si studia più, per modifiche che realmente non interessano nessuno, nè chi le propone nè chi le avversa.